Quanto è inutile vivere onestamente in questo paese

“E ora la gloria ha un buio pesto,
scommetto che è per questo che non si vede più niente.
Abbiamo perso la memoria del ventesimo secolo
Recitiamo la speranza cosicchè qualcuno un giorno o l’altro si ricordi di noi.
E come sciocche comparse in un melodramma intitolo giocava a mosca cieca con la vita
di cui non ci importa più niente.                                                                                                                                                                            Abbiamo perso la memoria del ventesimo secolo. Comunque sia, abbiamo perso!!!”

Pasquale Romano era un’operaio ed aveva trent’anni. Tra meno di due mesi sarà l’ennesimo nome dimenticato in fondo ad una lista. I politici saranno tornati a casa e tutti quei discorsi sulla criminalità da combattere saranno riposti in un cassetto, in attesa del prossimo morto per caso. Eppure una mamma continuerà a sentire un buco in mezzo al petto. E quante volte la notte aprirà gli occhi e faticherà a riprendere sonno?

Invece Andrea De Martino è il Prefetto di Napoli, ha 65 anni. Tra qualche giorno andrà in pensione e potrà godersi la vita con la moglie e le due figlie. La sua festa d’addio è coincisa con il giorno in cui si sarebbe dovuto osservare un minuto di silenzio per la morte di Pasquale. Minuto di silenzio non osservato e piazza del Plebiscito adibita a parcheggio per gli invitati alla sua festa in Prefettura. Ma il signor Prefetto prima ne aveva combinata una ancora più bella e grossa, quasi a dimostrare di quanto sia vasto il solco tra le istituzioni e la società civile. De Martino passerà alla storia per aver aggredito verbalmente per un futile motivo un parroco dedito da tempo alla lotta alle ecomafie.

L’impero delle tenebre è giunto a noi e il fatto che io possa essere il prossimo a morire per caso non fotte davvero a nessuno. Tantomeno a me, preparato mentalmente all’evenienza da quando avevo quattro anni.

Vorrei provare rabbia per questo. Concentrare tutto lo sdegno in una bomba e piazzarla nel cervello di chi non si cura della mia terra pur cogliendone i frutti. Ma ho deciso io di essere un terrorista-terrone. Nessuno mi ha avvicinato, nessuno mi ha promesso posti di lavoro o vergini da deflorare una volta passato a miglior vita. La mia Jihad è qui. Rendere un posto migliore quest’inferno non è una sfida. E’ una guerra da combattere ogni singolo giorno contro l’ignoranza della camorra, la strafottenza delle istituzioni e l’indifferenza delle persone comuni. Proprio come quello lì, che era solo passato per dare un bacio alla fidanzata prima di andare a giocare a calcetto. Ucciso dai roghi tossici, dalle polveri sottili, dalle estorsioni, dalle manifestazioni usate come passerella per le istituzioni, dallo spaccio, dai cavalli di ritorno, dagli strozzini, dai tombini otturati, dalle mense scolastiche senza cibo, dalla monnezza, dalle blatte, dalle zoccole, dalla corruzione. Ucciso da chi vuole chiudere le fermate della metro collinare. Dai parcheggiatori abusivi, dagli autobus sovraffollati, dalle auto blu parcheggiate in seconda fila, dai burocrati incompetenti. Ucciso da Napoli. Ucciso ogni giorno per trent’anni.

Ci siamo abituati alle morti innocenti. Alle storie che altrove sarebbero assurde e che qui passano per ordinarie. Lo vedi dagli articoli che scrivono i giornali, dal fatto che si cerchi di capire che vita facesse. “Chi erano i suoi compagni di calcetto? Non aveva pregiudicati in famiglia? Signora, suo figlio non aveva mai fatto tarantelle con i bravi di zona? Mai insultato un Don Rodrigo qualunque?”. Lo senti dalle promesse che fanno le istituzioni. Discorsi che hanno lo stesso effetto di una pisciata sulla bara.

Abituati a morire come migliaia di kamikaze in uno stato di guerra perenne. La nostra religione è la Sopravvivenza, la stessa delle bestie nella savana.

Questa savana noi la chiamiamo Stato. Uno Stato che al massimo si militarizza. Si piazzano camionette di soldatini qua e là e si dimostra che uno Stato c’è, senza accorgersi che è latitante come Marco Di Lauro. Si fa in modo che le piazze di spaccio si spostino altrove, senza eliminarle. Praticamente è come  nascondere la polvere sotto al tappeto.

Ma non è la morte a far male. E’ quella sensazione che opprime fino a farci vivere in apnea perenne. E’ la certezza che vivere onestamente in questo paese sia inutile.

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