Non chiamateli tifosi, non chiamateli napoletani

Il mio primo ricordo da tifoso risale a quando avevo otto anni.

Mio padre, nonostante avesse vissuto gli anni di Maradona con l’abbonamento sempre in tasca, decise di portarmi allo stadio per una partita in notturna, soprattutto perché stremato dalle mie continue insistenze. L’avversario era il Torino e quello era il Napoli  post-Zola. Il Napoli di Carbone, Rincon, Taglialatela e Fabio Cannavaro. Risultato finale: 1-1, prima Angloma e poi Carbone. Nonostante la partita abbastanza noiosa e il fatto che non fossi riuscito a vederla quasi per niente (visti gli energumeni in piedi davanti a me), mi divertiì in una maniera esagerata. Quella era stata la mia prima esperienza con la mariujana (da fumatore passivo ovviamente) e con la curva B del SanPaolo.

Dopo parecchi anni passati a vedere la partita sul divano di casa sono tornato in uno stadio, ma questa volta non italiano. Ho avuto la fortuna di trovarmi in posti in cui giocava la mia seconda squadra del cuore (dopo il Ctl Campania) e ne ho approfittato. Ho esultato correndo (e urlando) vicino alla balaustra quando Cavani al NouCamp di Barcellona segnava in rovesciata (poi annullato) e quando Fernandez a Monaco di Baviera segnava due goal. Sempre stando in curva, in mezzo ai tifosi locali e senza ricevere scappelloti, insulti o dispettucci. Niente di niente.

Ora potrei aprire un discorso lungo e complesso, magari cominciando dalla faciltà con cui gli abitanti di Monaco, Parigi, Londra, Madrid e Barcellona possono arrivare ed accedere allo stadio, ma si entrerebbe nel merito di argomenti che da osservatore mi fanno incazzare. Figuriamoci se volessi calarmi nella parte del tifoso-cittadino.

Nell’era De Laurentiis ho ascoltato ed assistito più volte a discorsi da parte di persone che accusano altre di “occasionalità” nel recarsi allo stadio o nel tifare il Napoli solo adesso che le cose stanno andando bene. Con lo stesso pretesto ho visto gente scavalcare file kilometriche al botteghino dello stadio per ottenere un biglietto per una partita in trasferta.

«Dove stavate voi quando noi eravamo a Gela? Dove stavate voi quando noi stavamo a Lanciano?»

Quando vedi un padre che abbassa lo sguardo mentre uno con la faccia cattiva spinge il figlio ponendogli questa domanda capisci delle cose, alcune importanti, altre meno. Innanzitutto capisci che non è semplice ottenere un biglietto per una partita di calcio anche se stai fuori al botteghino dalla notte precedente. Capisci che in quel contesto, nonostante la polizia, non sei al sicuro. Che se in curva non canti ti minacciano fino a farti vedere la partita dalla posizione peggiore. Capisci che lo speaker non può dire la formazione mentre “loro” stanno cantando un coro sennò lo sputtanano con gli striscioni.

Poi capisci che non c’era nessun fungo a devastare l’erba del campo, ma era solo il diserbante dei custodi sgamati mentre custodivano in casa l’arsenale pirotecnico dei gruppi ultrà.

Capisci che in quella frase ci sta una pretesa, una logica che porta quindici incappucciati a picchiare svedesi che tifano per il Napoli. Una logica che porta pochi “estranei alla massa” a tenere sotto scacco un’intera città. Perché puoi capire tutto quello che vuoi, ma non capirai mai dove finisce il limite del tifo e comincia quello della malavita, semmai fosse realmente esistito confine.

[Post pubblicato il 22 settembre 2012]

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