Archivi del mese: novembre 2012

La qualità della vita di Erri De Luca

Ogni anno l’autorevole  “Il Sole 24 Ore” pubblica un’ analisi, classificando le città italiane in base al tenore di vita, affari e lavoro, servizi ambiente e salute, popolazione, ordine pubblico e tempo libero. Criteri oggettivi di chi è abituato a statistiche e numeri in generale. Per la cronaca è la città di Bolzano a stracciare tutti posizionandosi sulla vetta, sul podio anche Siena e Trento. Ultima Taranto. E Napoli?

Napoli penultima. E subito scatta la rissa.

Neoborbonici che accusano i giornalisti del Sole 24 Ore di non avere il bidet a casa, tifosi che bruciano un auto a caso in segno di intolleranza al giornalismo, i politici invece, che non sanno cosa rispondere dinanzi ai loro evidenti fallimenti, invocano l’intervento degli intellettuali. E come al solito, i presunti intellettuali scendono in campo come tanti soldatini in prima linea. Il primo, e finora unico degno di nota, è Erri De Luca.

Piccola parentesi: De Luca di base mi è sempre stato sul cazzo. Ad uno che si fa chiamare “Erri” come ogni figlio di buona famiglia di Chiaja/Posillipo, ho sempre preferito uno che si fa chiamare Peppe, come Lanzetta, cresciuto in mezzo alla strada e che racconta una realtà di Napoli che è quella che poi emerge anche nelle statistiche e nelle classifiche dei giornali. La vera Napoli, cruda e senza troppi filtri. Comunque, De Luca, letto l’articolo dalla sua casa di Roma (perché sì, il nostro “paladino” non vive a Napoli da un bel po’) ha subito dichiarato:

“Ignoro i criteri di valutazione ma dubito che siano adeguati allo scopo. C’è qualità di vita in una città che vive anche di notte, con bar, negozi, locali aperti e frequentati, a differenza di molte città
che alle nove di sera sono deserte senza coprifuoco. […]Considero qualità di vita la cortesia e il sorriso entrando in un negozio, la musica per strada. Considero qualità della vita la storia che affiora dappertutto. Considero qualità della vita la geografia che consola a prima vista, e considero qualità della vita l’ironia diffusa che permette di accogliere queste graduatorie con un “Ma faciteme ‘o piacere”. Per consiglio, nelle prossime statistiche eliminate Napoli, è troppo fuori scala, esagerata, per poterla misurare.”

Frase finale degna di un film di Totò e ragionamento figlio dei peggiori stereotipi che proprio chi è nato in questa città non dovrebbe avere.

Senza troppo vittimismo, io, al signore che viene da Roma, vorrei spiegare che in alcuni quartieri c’è davvero il coprifuoco. Che la geografia non consola se la vedi dall’Asse Mediano e che l’ironia se la può permettere lui e soltanto lui che vive lontano da posti in cui il livello di disoccupazione e tumori è il più alto d’Italia, dove i trasporti pubblici stanno fallendo (vedi chiusura consorzio Unico e affini) e la criminalità continua ad avere un ruolo di primo piano nella società.

Insomma, non ci sarebbe un cazzo su cui essere ironici Erridelù. Se volevamo un commento del genere chiamavamo Caterina Balivo o Patrizia Pellegrino. Un giorno, semmai a “Il Sole 24 Ore” volessero misurare la qualità della vita nelle città italiane attraverso le cartoline stai sicuro che una telefonata la faranno pure a te. Però tu, Erridelùxe, se vuoi davvero fare qualcosa per questa città e la cosa migliore che ti riesce è ‘sta strunzata, fa ‘na cos, statt’ zitt.

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Senza Erasmus non si cantano messe

Segnateveli: Finlandia, Olanda, Svezia e Regno Unito più Germania e Francia.

Semmai stesse pensando di partire per l’Erasmus e vi doveste accorgere che in realtà il programma di scambio di studenti non esiste più, sappiate che (formalmente) è “merito” di questi paesi.

E’ chiaro, la decisione di non stanziare più fondi per il programma non è una scelta precisa dovuta a motivi culturali, ma rientra nell’ambito ben più vasto dell’allocazione delle risorse europee.

In pratica: troppi sprechi con la cassa comune da parte di alcuni paesi. Tra questi c’è anche l’Italia (e-te-pareva) con 1 miliardo e 887milioni di fatture in attesa di essere rimborsate dall’Ue, soprattutto per i fondi destinati alle regioni. Altri paesi creditori sono la Spagna, la Polonia e la Grecia che reclama ben 504 milioni nei confronti di Bruxelles. Crediti vantati verso la Commissione per la politica di coesione che considera un obbligo giuridico pagare, ma che reclama di aver ricevuto più fatture del previsto da parte di questi determinati paesi. Abbastanza naturale quindi che paesi come Regno Unito e Svezia, da sempre vigili ed attenti nella questione di “better spending”, si siano posti di traverso per impedire di iniettare altri fondi nel bilancio dell’anno corrente.

Nel frattempo il 22 e il 23 Novembre c’è un nuovo Vertice straordinario per i fondi da stanziare per il periodo 2014-2020. Si tratta di più di mille milardi. C’è ancora tempo per convincere Germania e Francia a spostarsi nell’altro piatto della bilancia,ma, visto che per il 22 la decisione dovrà essere presa all’unanimità, la situazione sembra abbasta critica.

Riguardo all’Italia (5°paese per studenti ospitati), le cifre che rischiano di sparire con l’Erasmus sono abbastanza preoccupanti:

-22mila studenti che dall’Italia ogni anno si muovono soprattutto verso la Spagna, la Francia, la Germania e la Polonia.

-19mila studenti provenienti soprattutto da Spagna, Francia, Germania e Regno Unito.

-6 Atenei con almeno 500 studenti stranieri in meno: –

  • Università di Bologna 1.650 studenti
  • Università degli Studi di Roma La Sapienza 1.104
  • Università degli Studi di Firenze 1.046
  • Politecnico di Milano 711
  • Università degli Studi di Padova 635
  • Università degli Studi di Torino 534

[Fonte dei dati: EUROSTAT]

In fondo però mi vien da pensare che se l’ Erasmus venisse chiuso potrebbe essere una buona occasione da cogliere per riformare in maniera concreta le Università italiane, troppo obsolete ed incapaci di formare persone culturalmente e tecnicamente pronte per il mondo del lavoro, sempre più spostato verso la web economy.

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Ma un saltimbocca può influire sulle elezioni americane?

E’ mio solito andare a letto subito dopo aver visto una puntata di una delle 10 serie che seguo. Tutte e 10 provengono dall’America o sono ambientate lì. Stasera però, piuttosto che guardare qualche puntata di uno tra “The Walking Dead” o “2 broke girls”, starò lì a vedere cosa succede davvero negli USA.

Il plaid è già sul divano. Mi osserva con la consapevolezza di chi sa che passeremo la notte insieme. Era dall’anno scorso, ovvero dalla prima partita del Napoli in Champions League, che non vivevo un’attesa tanto spasmodica. Questa volta però il calcio non c’entra nulla. In gioco c’è il futuro di una nazione e con sè anche quello dell’intero scenario politico ed economico mondiale.

La dice lunga il fatto che le elezioni americane suscitino in me più interesse delle future manovre di Berlusconi, della scissione in corso nell’Idv, delle primarie del Pd e persino delle continue gaffe del Ministro Fornero. Sicuramente non è solo una questione di spettacolarizzazione tipica degli americani. Ok, i nostri politici si sono impegnati per far cascare le palle anche a chi un pochino credeva in un  rinascimento post-berlusconiano, ma dall’altra parte dell’Atlantico c’è una gara più incerta che mai. Ed è forse questo a renderla affascinante ai miei occhi.

Cosa fanno di bello in Virginia? E in Ohio?

Io nel frattempo decido di provare la jambalaya del Missisipi.

“No mamma, stasera niente saltimbocca con crudo, provola e funghi, io mi faccio la JAMBALAYA!”

Mamma (giustamente) mi guarda come se le avessi detto che mi piace ascoltare Umberto Smaila. Per questo forse mi annuncia che a breve dovrò fare delle analisi del sangue. O forse è solo perché sono stra-accellerato ed impaziente. Infatti controllo che tutti i siti scelti mi diano aggiornamenti costanti su dati e previsioni. Tutto bene, ma per chi farò il tifo? Ho apprezzato Obama sia per la figura rassicurante che per alcune scelte (tipo quelle sulla sanità pubblica), ma un repubblicano come presidente adesso sarebbe come una scintilla in una stanza piena di gas: (paradossalmente) il catalizzatore perfetto per rimestare l’economia mondiale scatenando l’ennesima guerra mondiale.

Scelgo Obama. Non ho voglia di guerre o di tarantelle in questo periodo.

Nel frattempo il momento s’avvicina è l’attenzione sulla Virginia e sull’Ohio si fa sempre più forte e pressante. Poi, ad un tratto la scintilla: guardo il saltimbocca che nel frattempo guarda languido il plaid. Addio Jambalaya!

Sono un Alberto Sordi qualsiasi, lo so.

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