Archivi del mese: gennaio 2013

Se Anna Frank avesse avuto il diario di Facebook

Poche ore e poi sarà tutto un tripudio di “Buongiorno principessa!”. Mi preparo psicologicamente a fare a meno dei social per stasera, ho già pagato il dazio da anti-commemoratore della domenica. Credo che guarderò un film in streaming e alla fine aspetterò che ricominci una nuova settimana dell’indifferenza collettiva, proprio come tutte le altre del 2013.

Con i cori razzisti negli stadi, i figli di papà che vogliono stuprare le colleghe universitarie perché ebree e posti come le Salicelle dove si commettono incesti e stupri come se fosse una cosa normale. Insomma, come se dal 1933 ad oggi non fosse cambiato (quasi) nulla.

Cara Anna F., se avessi usato il diario di Facebook probabilmente avresti guadagnato tanti “mi piace” in più, ma sicuramente non saresti diventata il simbolo di una Shoah di cui ci ricordiamo come se fosse un compleanno.  Ecco perché rigetterò sempre con forza le commemorazioni, perché “se c’è qualcosa di immorale è la banalità”.

diario

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Sono un nostalgico se ai 99Posse preferisco gli Oasis?

E’ normale che i quotidiani più seguiti di Napoli -nelle loro versioni online- riportino come notizia principale l’arresto degli esponenti locali di CasaPound e che per trovare notizie sul caso del Monte dei Paschi si debba scendere parecchio col cursore ?

Niente da dire se non fosse che dal presunto killeraggio si stia passando a vero e proprio accanimento (terapeutico e premeditato?), con una delle due testate che addirittura dedica una galleria fotografica alla figlia dell’ex senatore presente nelle liste di CP manco fosse la Canalis.

Certo,
la logica di chi non vuole ragionare su certe cose è che, avendo io sollevato questi dubbi invece di postare una canzone dei 99Posse, sia assimilato alla schiera neo-fascista, neo-nazista, neo-borocillina ecc.

Tranquilli però: gli unici anni di cui ho una leggera nostalgia sono quelli alla fine dei ’90.

Oasis_-_Wonderwall

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Il bar California sul quadrivio (23-1-96)

Che fosse un tentativo malriuscito di rendere la periferia più vicina al centro del mondo lo capivi dal fatto che vicino al “California” dell’insegna non c’era scritto bar, ma Milchbar. Non milk-bar come moda anglofona richiederebbe. Ma milchbar, in un tedesco buttato lì così, senza motivo apparente. Per il resto era un normalissimo bar-coloniali-tabacchi di periferia con qualche tavolino, una vetrina con qualche scatola di caramelle Perugina ed un Tartufone della Motta, un videogioco del calcio e il flipper degli Acchiappafantasmi.

Il Milchbar California stava sul quadrivio di Secondigliano. In pratica era il primo approdo per i viaggiatori che dalla periferia si spostavano verso il centro e l’ultimo bar per quelli che dal centro si spostavano verso la provincia nord. Era pieno ad ogni ora a tal punto da sembrare il bar di un aeroporto che in realtà stava proprio dall’altra parte del corso Secondigliano.

Io facevo la quinta elementare e la mia dipendenza da videogames era così forte che papà mi riempiva di mazzate ogni volta che mi beccava a giocarci. Per lui i circoletti ricreativi e i bar di zona erano luoghi da evitare, per me erano occasioni per farmi qualche amico.  Amavo il bar California soprattutto perché non rientrava nel suo raggio d’azione.

Quel pomeriggio di gennaio stavo giocando a pallone dietro casa quando sentii  la botta. Era lontana ma io e gli altri capimmo subito che non si trattava della solita cipolla sparata dopo Natale. La prova certa che le nostre intuizioni erano credibili fu il faro che illuminava la nostra strada-campetto che si spense pochi istanti dopo lo scoppio. Questione di minuti e le sirene di ambulanze, vigili del fuoco e polizia riempirono l’aria come una voce disperata.

Quando arrivammo sul posto non mi resi conto di cosa fosse potuto succedere. Ricordo solo che la mia attenzione era tutta diretta su quel Milch appeso nel vuoto e il videogioco del calcio sciolto dall’incendio. Della voragine di 20 metri, delle fiamme alte più di 15 metri e delle urla non mi importava molto, anche se i miei amici ne sembravano molto affascinati. Io pensavo al mio record sul videogioco che mi rendeva ancora molto orgoglioso.

Mi resi conto della gravità dell’episodio soltanto il giorno dopo a scuola. La maestra ci fece dire una preghiera per le persone scomparse, poi passò ad accarezzarmi, forse perché sembravo il più provato di tutti. Finsi dispiacere, come se un bambino di nove anni e mezzo potesse davvero provare dolore per una sciagura che non gli apparteneva.

Tornando a casa una domanda mi portò quasi alle lacrime: in quale bar sarei dovuto emigrare per giocare ai videogames senza incappare in mio padre?

quadrivio

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Stiamo cadendo a pezzi

Stiamo a pezzi. Questa è la notizia.

Dovrei seguire la conferenza stampa di Nicola Cosentino. Sentire le sue motivazioni sull’esclusione dalla lista dei candidati del Pdl. Ma dopo averci giocato ampiamente ieri, confesso che oggi non ne ho proprio voglia. Tutta l’attenzione su di lui e nel frattempo il paese cade a pezzi. Come me.

A pezzi come il reparto di Oculistica del Cardarelli, dove c’è la degenza di Urologia. Padiglione “E”. Improvvisamente comincia a cadere la controsoffittatura: un paziente colpito al braccio e altri 18 spostati per sicurezza.

A pezzi come il colonnato di piazza del Plebiscito. Da tempo lasciato a se stesso. Gli operai del Demanio regionale transennano, ma è poco rispetto all’intonaco del soffitto del colonnato di San Francesco di Paola che rischia di venire giù.

A pezzi come quelli che perde il Colosseo, recintato in parte a seguito della caduta di altri frammenti che avevano sfiorato i turisti. Un anno fa il primo crollo.

La lista andrebbe oltre. Mi basterebbe citare Pompei o Ercolano. L’unica notizia “sicura” della giornata è che mi sento come se avessi corso tutta la giornata di ieri dietro a Cosentino per farmi ridare le liste dei candidati del Pdl. L’avessi fatto sul serio non sarebbe stato per convincerlo a consegnare le liste, anzi.

italia_a_pezzi

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