“Tonino libero”, le Iene e il senso della Napoli bene

Chiariamo subito: in una città del genere la parte “bene” non esiste.  O almeno non è collocabile geograficamente in un paio di quartieri. Chi si riempie la bocca con certe parole è  perché ha parecchio tempo da perdere.

Ecco, io avrei voluto scrivere del clochard a cui, un mese e mezzo fa, era stata rubata la carrozzella e che per questo era costretto a restare immobile in mezzo spaccanapoli, a piazza San Domenico Maggiore, con un piede in cancrena, rifiutando cure, cibo ed elemosina. Avrei voluto parlare del fatto che nella stessa città in cui si trova chi compie gesti così schifosi c’è chi, appena sparsa la notizia, si precipita a regalare allo stesso clochard un ombrello, qualcosa da mangiare ed una sedia a rotelle nuova. Avrei voluto scrivere di quel “Tonino libero” disegnato sul muro e di quanto sia paradossale che un appello del genere si trovi proprio lì, vicino a dove ha trovato “casa” uno a cui la libertà di muoversi e di vivere era stata tolta non per detenzione politica forzata, ma per dispetto.

Avrei voluto, appunto. Ma non ne sono più capace dopo aver visto il servizio de “Le Iene” su quella parte dei napoletani che si autodefinisce tronfiamente appartenente alla Napoli “bene”. Non vale nemmeno la pena di provare a spiegargli il perché la crisi economica non è uno stato mentale come sostengono:  “O’sazio nun crere o’riun” (trad. “il sazio non crede all’affamato”), questo è il punto.

tonino libero

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