Quello che non si dice sulla musica a Napoli

Questa città è uno schifo! Nessuno va ai concerti, nessuno compra dischi, una volta c’era quel locale che faceva solo buona musica, adesso nessuno fa una programmazione decente. E poi non c’è un’etichetta, ma come è possibile? Che schifo di città!

Il primo post da Terronista era incentrato esattamente su pseudodiscorsi del genere, spesso mossi dal musicista frustrato che da un lato se ne fotte di cosa piace agli altri e dall’altro si deprime nel suonare davanti ai soliti 4 amici (musicisti frustrati come lui).

Nel frattempo ero giunto ad una conclusione apparentemente ovvia ma che, almeno nell’ambiente musicale, non lo era per niente. Seppur terza città d’Italia per popolazione, Napoli ha al suo interno due mondi musicali separati: quello classico del binomio underground/mainstream e quello neomelodico, ognuno con il proprio bacino d’utenza raramente accomunabile. Già questo dovrebbe rispondere alle lamentele sugli spazi ristretti concessi a quella definibile musica di nicchia, ovvero l’underground: togliendo la popolazione che ascolta e supporta il mondo neomelodico, Napoli diventa un paese di provincia qualsiasi e (come per magia) gli spazi esistenti diventano più adeguati che mai al rapporto domanda/offerta.

Altra cosa, probabilmente la più sorprendente di tutte, è che a Napoli hanno sede due etichette indipendenti tra le più rinomate nel loro settore: una è la Frontiers, che negli ultimi anni ha prodotto e distribuito artisti rock-metal come Whitesnake, Electric Light Orchestra, Toto e Sebastian Bach. L’altra è la Planet Records punto di riferimento in Europa per la musica world e tropicale, che ha creato dei successi storici come Aventura (6 milioni di copie vendute) e Papi Sanchez (1 milione di copie vendute).

Morale della favola? La colpa, come sempre più spesso succede, è quasi sempre scaricata sul pubblico, troppo distratto ed incapace di apprezzare il talento (vero o presunto) degli artisti in circolazione. Poche volte ho visto/sentito qualcuno mettere l’urgenza comunicativa al primo posto, anzi. Almeno dal punto di vista organizzativo Napoli però è in grado di dire la propria anche a livello internazionale. I guai arrivano quando si tratta di proporre qualcosa di artisticamente interessante (dal punto di vista collettivo s’intende). Cosa che non avviene ormai dagli inizi degli anni ’90.

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6 commenti

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6 risposte a “Quello che non si dice sulla musica a Napoli

  1. Trovo questo articolo totalmente poco veritiero, fuorviante, forse basato su esperienze personali più che su una reale ricerca della realtà musicale napoletana attuale (e comunque degli ultimi 13 anni). Napoli ha un fermento musicale underground, di nicchia, che comprende svariati generi musicali, forse molto più intensa e di qualità rispetto gli anni ottanta/novanta, con la sostanziale differenza che c’è un bassissimo riscontro commerciale. Ma questo è un problema che attanaglia il mondo intero: l’era tecnologica di internet ha aumentato in maniera esponenziale il d-i-y e, al tempo stesso, ha creato una dispersione amarissima del panorama musicale, come se condannata ad una Torre di Babele. La colpa del mancato “successo” sta nelle major, o nelle piccole label che non riescono a creare “movimento” perché schiacciati da anni di umiliazione culturale catodica e quant’altro. Di spazi tra Napoli e provincia dove suonare o ascoltare ottima musica ce n’è in abbondanza, solo che sono realtà un po’ nascoste, nonostante quella alla luce del sole del Perditempo Dante. Spero che quell’esperienza sia da esempio, non solo per chi in futuro voglia promuovere un certo tipo di musica, ma anche per il pubblico che viene ad ascoltare: posti del genere che mettono la media di un concerto al giorno o di un dj-set con i controcoglioni, senza chiedere un soldo alla porta (per un discorso puramente “politico”) meritano supporto, solidarietà e sostegno, perché sono posti rari e vanno salvaguardati prima di lamentarci che “non esistono più”. E forse, qui, il problema è anche riconducibile al pubblico che non sa fruire degli spazi, che non è educato all’ascolto e alla partecipazione.

    • Vincenzo Strino

      No. Non è un problema che attanaglia il mondo intero, facciamocene una ragione. “La colpa è del pubblico” è una risposta che ho letto e sentito troppe volte e, personalmente, non la ritengo soddisfacente. Anzi, forse uno dei mali peggiori della situazione musicale napoletana è il voler imputare colpa a chi, sempre secondo il mio punto di vista, in questo rapporto, di colpe ne ha pochissime.

  2. Credo di aver fatto una panoramica più che completa del semplice incolpare il pubblico.

    • Vincenzo Strino

      E’ che la noia si era impossessata di me già dopo la prima frase. Comunque, se proprio insiste, le nicchie usiamole per i morti, musicali e non. Lasciamo che i “vivi”, quelli che vanno ai concerti, continuino a riempire gli spazi e i concerti che più gradiscono.

      Saluti!
      V.

  3. Ma quanta boria e quanto qualunquismo.

    Stammi bene.
    Diego Astore

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