Archivi del mese: ottobre 2013

Ho trovato me stesso in una palla ovale

Domenica mattina. Sulla strada per Avellino c’è quella leggera pioggerellina finissima tipica del mese di marzo. In auto resto in silenzio ad ascoltare il resoconto lavorativo della settimana da parte dei più esperti che sembrano non badare a me. Nel frattempo sudo nonostante l’aria invernale.

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Arriviamo al campo che pare una palude. Lo si riconosce solo per gli spalti da un lato e i pali sistemati alle due estremità. Nel frattempo la pioggia ha smesso di cadere e s’è alzata una nebbiolina tutto intorno al campo che mi rende sempre più ansioso. Negli spogliatoi c’è un silenzio spettrale. Tra il profumo di canfora e i tacchetti che battono a terra la concentrazione è alle stelle. Ci contiamo: siamo sedici.

Dopo aver fatto un paio di passaggi con gli altri vado a sedermi in panchina con il coach. Sono l’unico e non posso nemmeno lamentarmi. A stento conosco le regole principali ed esordire su un campo del genere sarebbe come mandare un tacchino in mezzo ad un branco di tigri.

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Ventitrè anni compiuti da poco, sempre da figlio unico. Del gioco di squadra ne ho solo sentito parlare. L’argomento m’affascina, ma davvero non ho idea e soprattutto non capisco perché stia a pensare a certe cose proprio ora che sto seduto qui a prendere freddo ed umidità mentre questi si scannano. La stessa umidità di qualche mese prima, mentre eravamo in mezzo alla piazza principale di Vienna ed una mia amica mi diceva: «Esci dal guscio e capisci cosa sta cercando di dirti il mondo, Vincè. Poi, una volta capito, vai a prenditi ciò che vuoi». Mentre ‘sta pippa mentale va avanti il coach mi guarda e mi dice di scaldarmi ché sono prossimo all’esordio. Mentre mi alzo dalla panchina torna a piovere: perfetto.

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Entro in campo con la mia squadra in vantaggio. Seguo l’azione senza capire cosa stia per succedere. Cinque secondi dopo mi ritrovo a correre col pallone tra le mani senza avere la minima idea di cosa fare. La linea di meta avversaria è a 40 metri e per arrivarci dovrei saltare almeno 3 avversari. Un gioco da ragazzi se ti chiami Jonah Lomu e giochi negli All Blacks. Non per uno in calzamaglia. No.

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Trascinato fuori dal campo dopo aver percorso 20 metri, mi ritrovo coi miei compagni di squadra a darmi forti pacche sulle spalle manco avessi fatto meta. Non capivo che stessero premiando l’incoscienza di uno che s’era ritrovato il pallone tra le mani e, piuttosto che disfarsene come una bomba, era avanzato di 20 metri con due avversari attaccati addosso prima di essere portato oltre la linea di fallo laterale dal terzo avversario.

Da quel giorno, tornando a casa, ho imparato a volermi bene nonostante la panza e la calzamaglia. Ad avanzare nonostante tutti i miei limiti e gli ostacoli di una vita che a volte mi appare senza senso, come certe cattiverie gratuite. Da quel momento mi sono innamorato di quella squadra, di quell’allenatore e di quello sport, manco li conoscessi da anni.

Sono passati quattro anni e mezzo e l’amore non accenna a diminuire, così come il chiodo fisso di portare il rugby nella zona di Napoli in cui vivo ed in cui c’è poco o niente per tutti, non solo per i più giovani. Un chiodo che hanno provveduto a rimuovere persone in gamba, che stimo pur senza conoscerle personalmente ma che sono certo si faranno apprezzare come quella squadra che ha fatto uscire dal guscio la persona che sono ora.

Per la presentazione dello Scampia Rugby Club di lunedì (4 novembre alle 20 al Teatro Area Nord di Piscinola) manca ancora qualche giorno ma a me non resta che contare le ore, quasi come se fosse Natale.

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La sagra del cuozzo e della vrenzolella (Notte Bianca Vomero 2013)

Il mio amore per il Vomero è come quello di un cittadino del Wyoming nei confronti di Las Vegas. In molti cat-fight con gli abitanti del posto ho sempre ribadito che la mia è pura invidia nei loro confronti, ma probabilmente appaio sempre poco convincente visto che non mi credono mai.

Ad ogni modo, anche quest’anno la “Notte Bianca” hanno deciso di farla lì. Senza soldi (perché c’è la crisi) ma con tanto, tanto impegno e senza alcun egocentrismo da parte degli organizzatori.

festaritUn organizzatore dell’evento mentre sfoggia la sua umiltà

Quella che almeno nelle premesse doveva essere una splendida e felice manifestazione artistica è stata invece una mediocre sagra di paese senza prodotti tipici. Cioè, i prodotti tipici c’erano, ma non erano quelli che ti aspetti quando vai ad una sagra.

fratomoUà FRATACCHIò ‘mme staj bbell! Si o’gass, fratomo!

Perché a dispetto di quello che si possa pensare, oltre ai babà, le sfogliatelle, le pizze, i mandolini e le tarantelle, Napoli produce anche degli splendidi esempi di cuozzi

cuozzi…e di vrenzole

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La sagra vomerese si è svolta comunque nel migliore dei modi: nessun accoltellamento, rapina o scippo. Solo qualche svenimento dovuto all’emozione di essere ad un evento così importante e qualche lamentela da parte dei nativi vomeresi (che sono rari come un milanese a Milano).

vrenzolaUna vomerese che si lamenta del popolino

Il resto è stato tutto un susseguirsi di saltimbanchi, mangiafuoco, bancarelle e venditori abusivi di spighe prese dalla Terra dei Fuochi, con i cuozzi a fare le postegge tra via Luca Giordano e via Scarlatti.

tumblr_msm18dmS5b1s2yegdo1_400Un cuozzo mentre va in giro per il Vomero

Tralasciando quindi le polemiche sui bandi lanciati dal comitato organizzatore che non prevedevano alcun pagamento, si può sottolineare che di manifestazione artistico-culturale ci sia stato davvero poco, ma che come sagra abbia superato numericamente sia quelle delle noci di Scisciano che quella della castagna di Montella. Un grande risultato quindi, sia per l’amministrazione comunale che per la municipalità.

A proposito, ma qualcuno che ne parla in termini felici di ‘sta cazzata? C’è?

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L’utilità del politico indignato

È da giorni che leggo un po’ ovunque dichiarazioni -alcune autorevoli ed altre meno- che portano al centro del dibattito un solo concetto: l’indignazione.

indignazionePOPOLO DI MERDAAAAAAAAAAAAAAAAA!

Da Alfano per gli immigrati di Lampedusa ad Adinolfi sulle manifestazioni contro il biocidio in Campania: usano l’indignazione come sentimento collettivo, si uniscono al coro dei “è tutto uno schifo”, echeggiando il nulla che rappresentano. Ma i cittadini dovrebbero indignarsi, i politici no, non dovrebbero. L’indignazione è un lusso che deve appartenere solo a chi viene rappresentato, non ai rappresentanti (che godono di ben altri privilegi).

  +++ATTENZIONE-INIZIO PARTE SERIA+++

Qualsiasi manuale di scienza politica spiega in maniera elementare (tramite l’apporto di Easton alla teoria sistemica) che il compito di un politico non è quello di sedersi sulla panchina nel parco e tra una briciola e l’altra tirata ai piccioni esclamare “che schifo”. Il ruolo del politico, soprattutto di quelli al Governo (tipo Alfano) è quello di trasformare in decisioni autoritarie le domande provenienti dal sistema sociale (es. i cittadini).

Sistema politico (grafico)Mi rendo conto però che la politica attuale risenta del trend del Movimento Cinque Stelle dove più che alle necessità si bada alle inquietudini e ai malesseri del sistema sociale, ma questa non può essere una moda. A cosa serve un politico che si accoda alle proteste dei cittadini senza farsi carico delle responsabilità che gli competono?

+++FINE PARTE SERIA+++

1185022_580782838650602_295884152_nRaffigurazione del trend del Movimento 5 Stelle

Mi sarebbe piaciuto porre questa domanda al mio professore di scienza politica, Raffaele Feola. Un pragmatico con la fama di stronzo che probabilmente mi avrebbe risposto che l’utilità di un politico indignato è pari a quella di un iPod in mano ad un sordo e che l’unico modo per rendere utile questa fascia politica sarebbe quella di riconvertirla in arredo d’ufficio.

sergenteQuesto sicuramente non è quel cicciobombo di Adinolfi

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