Ho trovato me stesso in una palla ovale

Domenica mattina. Sulla strada per Avellino c’è quella leggera pioggerellina finissima tipica del mese di marzo. In auto resto in silenzio ad ascoltare il resoconto lavorativo della settimana da parte dei più esperti che sembrano non badare a me. Nel frattempo sudo nonostante l’aria invernale.

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Arriviamo al campo che pare una palude. Lo si riconosce solo per gli spalti da un lato e i pali sistemati alle due estremità. Nel frattempo la pioggia ha smesso di cadere e s’è alzata una nebbiolina tutto intorno al campo che mi rende sempre più ansioso. Negli spogliatoi c’è un silenzio spettrale. Tra il profumo di canfora e i tacchetti che battono a terra la concentrazione è alle stelle. Ci contiamo: siamo sedici.

Dopo aver fatto un paio di passaggi con gli altri vado a sedermi in panchina con il coach. Sono l’unico e non posso nemmeno lamentarmi. A stento conosco le regole principali ed esordire su un campo del genere sarebbe come mandare un tacchino in mezzo ad un branco di tigri.

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Ventitrè anni compiuti da poco, sempre da figlio unico. Del gioco di squadra ne ho solo sentito parlare. L’argomento m’affascina, ma davvero non ho idea e soprattutto non capisco perché stia a pensare a certe cose proprio ora che sto seduto qui a prendere freddo ed umidità mentre questi si scannano. La stessa umidità di qualche mese prima, mentre eravamo in mezzo alla piazza principale di Vienna ed una mia amica mi diceva: «Esci dal guscio e capisci cosa sta cercando di dirti il mondo, Vincè. Poi, una volta capito, vai a prenditi ciò che vuoi». Mentre ‘sta pippa mentale va avanti il coach mi guarda e mi dice di scaldarmi ché sono prossimo all’esordio. Mentre mi alzo dalla panchina torna a piovere: perfetto.

AvAr25

Entro in campo con la mia squadra in vantaggio. Seguo l’azione senza capire cosa stia per succedere. Cinque secondi dopo mi ritrovo a correre col pallone tra le mani senza avere la minima idea di cosa fare. La linea di meta avversaria è a 40 metri e per arrivarci dovrei saltare almeno 3 avversari. Un gioco da ragazzi se ti chiami Jonah Lomu e giochi negli All Blacks. Non per uno in calzamaglia. No.

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Trascinato fuori dal campo dopo aver percorso 20 metri, mi ritrovo coi miei compagni di squadra a darmi forti pacche sulle spalle manco avessi fatto meta. Non capivo che stessero premiando l’incoscienza di uno che s’era ritrovato il pallone tra le mani e, piuttosto che disfarsene come una bomba, era avanzato di 20 metri con due avversari attaccati addosso prima di essere portato oltre la linea di fallo laterale dal terzo avversario.

Da quel giorno, tornando a casa, ho imparato a volermi bene nonostante la panza e la calzamaglia. Ad avanzare nonostante tutti i miei limiti e gli ostacoli di una vita che a volte mi appare senza senso, come certe cattiverie gratuite. Da quel momento mi sono innamorato di quella squadra, di quell’allenatore e di quello sport, manco li conoscessi da anni.

Sono passati quattro anni e mezzo e l’amore non accenna a diminuire, così come il chiodo fisso di portare il rugby nella zona di Napoli in cui vivo ed in cui c’è poco o niente per tutti, non solo per i più giovani. Un chiodo che hanno provveduto a rimuovere persone in gamba, che stimo pur senza conoscerle personalmente ma che sono certo si faranno apprezzare come quella squadra che ha fatto uscire dal guscio la persona che sono ora.

Per la presentazione dello Scampia Rugby Club di lunedì (4 novembre alle 20 al Teatro Area Nord di Piscinola) manca ancora qualche giorno ma a me non resta che contare le ore, quasi come se fosse Natale.

AvAr70

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5 commenti

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5 risposte a “Ho trovato me stesso in una palla ovale

  1. Insertfreakyname

    Andrò controcorrente, ma preferisco molto questa vena narrativa rispetto a quella ironica usata negli ultimi mesi. Bellissimo, come sempre, complimenti!

  2. Daniele

    Ricorda con o senza calzamaglia resti comunque una uallera!!!!!!

  3. enrico

    Bello! Il rugby ci regala sempre emozioni indimenticabili!

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