Archivi del mese: febbraio 2014

Federico II: l’operato di Marrelli tra Caronte e Ponzio Pilato

L’operato di  Massimo Marrelli a capo dell’Università Federico II è pieno di chiaroscuri: un po’ Caronte e un po’ Ponzio Pilato.
Non era facile gestire la barca in quel fiume infernale che è  la “riforma Gelmini”, eppure è riuscito a traghettare tutti dalle facoltà alle scuole/dipartimenti senza eccessivi spargimenti di sangue. Di contro, però, c’è che spesso ha preferito lavarsi le mani riguardo a vicende in cui la forte personalità di un Trombetti avrebbe portato ad esiti più felici soprattutto tra gli studenti.

Da ricordare poi che le sue non sono vere e proprie dimissioni: è a fine mandato, aveva la possibilità di prorogare per altri due anni il suo rettorato ma ha preferito lasciare ora visto che un candidato forte già c’è ed è persona gradita all’ambiente. (Tra parentesi: su quest’ultimo punto è necessario sottolineare che nelle stanze del rettorato federiciano non si deve mai dare nulla per scontato e che in certi dipartimenti è partita già nell’autunno scorso la conta dei voti per sostenere un outsider credibile.)

In ogni caso, chi ne erediterà la barca si ritroverà con una Federico II a due velocità: con il ramo scientifico sempre più in grado di preparare gli studenti al mondo del lavoro ed un ramo umanistico simbolo di una inutilità didattica ingestibile ed imbarazzante.

1

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Blog

Un posto all’ombra. Storia di una vergogna tutta napoletana

In pochi lo sanno e a pochi importa. Ma c’è un’eclissi perenne che nasconde una parte di Napoli. Come se qualcosa si frapponesse tra il riflesso del sole che si specchia nel golfo e quella parte di città troppo lontana dal centro e troppo poco scenografica per ricevere attenzioni mediatiche. È l’ombra della vergogna, di una città capace di mostrare le sue ferite più profonde pur di risultare sempre eccentrica ma che tende a nascondere tutto ciò che potrebbe apparire normale. Perché quella di Miano, Secondigliano e San Pietro a Patierno è una periferia banale, fatta di problemi comuni a tante periferie di cui non frega niente a nessuno.

Un territorio difficile in cui persino il sindaco più visionario della storia di Napoli non si è mai mosso davvero per carpirne i problemi e dove, ad oggi, nessun partito può dire di prevalere sull’altro perché la vera politica la fa l’Anti-Stato. Storie di malaffare che hanno reso, nel tempo, l’insieme di quartieri (poi diventati municipalità) un agglomerato di freddo cemento armato da tenere nascosto e da tirare fuori soltanto al momento delle elezioni.

Probabile che sia un caso, ma è da queste parti che sono capitati gli episodi più assurdi della politica cittadina degli ultimi dieci anni: dai presunti brogli alle primarie del Pd nel 2011, all’uccisione per questioni camorristiche dei parenti di diversi consiglieri municipali (leggi qui e qui), fino alla gambizzazione di un consigliere municipale durante una rapina. Inutile sottolineare però che nel parlamentino di San Pietro qualche giovane consigliere che prova a fare qualcosa c’è sia nella maggioranza che all’opposizione, ma  i loro sforzi oggi appaiono gocce in un avvilente deserto di disinteresse generale.

Come se non bastasse poi, nel corso degli anni, la scarsissima appetibilità di questi luoghi ha fatto sì che:

  • La Birreria Peroni chiudesse e del progetto di riqualificazione urbana da parte del Comune di Napoli e Legacoop Campania non se ne sentisse più parlare.
  • Il quadrivio si trovi ancora in uno stato di degrado ed abbandono a diciotto anni dalla voragine senza un vero e proprio piano di riqualificazione né da parte del Comune, né da parte dei privati che posseggono parte dei terreni.
  • Il corso Secondigliano diventasse, con il rifacimento dei marciapiedi, un posto in cui gli alberi ad alto fusto coprono totalmente le luminarie stradali, riducendo la via principale dell’intera municipalità ad un tetro cimitero quando cala il sole.
  • I numerosi beni confiscati ai clan della zona siano tuttora inutilizzati o mal sfruttati.
  • L’unica biblioteca della zona (“Guido Dorso” in piazza Zanardelli) sia chiusa da più di quattro anni e -al momento in cui scrivo- non abbia ancora visto l’inizio dei lavori di ristrutturazione nonostante i fondi già stanziati.
  • I lavori della linea 1 della metropolitana che riguardano le fermate di Secondigliano, Regina Margherita e piazza Di Vittorio siano sospesi per mancanza di fondi e rimandati al progetto 2014-2020 con una serie di varianti che potrebbero allungare ulteriormente i tempi. Tutto ciò per favorire le fermate del centro Direzionale e dell’aeroporto di Capodichino per questioni di marketing pubblico che rendono i lavori di quelle tratte più urgenti di quelle citate sopra (traduzione: conviene fare prima le fermate che portano all’aeroporto perché è da lì che arrivano i turisti -e quindi i soldi-).

Quella della metropolitana è comunque  l’ultima goccia di un vaso che trabocca da più di vent’anni e che non fa altro che rendere più fertile il terreno dell’illegalità in una zona di Napoli lasciata volutamente in balia di sé stessa (da responsabili che nel frattempo si sono fatti una carriera sia nella politica regionale che in quella cittadina). Una zona dove però le eccellenze continuano a nascere e a crescere e che, nonostante tutto, non ha proprio voglia di restare all’ombra.

corsosecondiglianofoto1

1 Commento

Archiviato in Blog

Cinque motivi per non rimpiangere Paolo Cannavaro

C’è chi, in queste ore, va in giro in città con questa faccia manco fosse stato lasciato da Joey Potter dopo un’estate di strusciamenti (e nemmeno ‘na sega a mana smerza)

dawson_crying

Ma, come ogni cinepanettone che si rispetti, anche questo calciomercato targato De Laurentiis ci ha riservato un finale abbastanza patetico con l’addio di un calciatore che aveva smesso di essere il capitano del Napoli già da molti mesi. I napoletani, si sa, dimenticano in fretta ma, in questo caso, è meglio ricordare almeno cinque motivi per cui non vale la pena rimpiangere Paoletto:

1 – I lanci a scavalcare il centrocampo. Dalla B alla Champions, è scientificamente provato che non esiste un modo migliore di quello utilizzato da Paoletto per intossicarsi una partita: ricevo il pallone e lo scaravento in avanti alla cazzo di cane con la speranza che succeda qualcosa. Una “gioia” per gli allenatori, per i compagni (in particolare i centrocampisti) e soprattutto per i tifosi, costretti a vedere qualcosa di più orribile delle punizioni di Gargano.

mazzarri_disperato

La felicità di Mazzarri ad ogni lancio di Cannavaro

2 – Lo stipendio. Sportivamente sembrerà una banalità, ma serve a non strapparsi troppi capelli: Paolo guadagna 800mila euro all’anno. Per quanto possa dispiacere che un giocatore nato a Napoli debba trasferirsi altrove c’è da dire che si tratta comunque di un atleta professionista che conosce certi meccanismi e che, in ogni caso, guadagna cifre che in tanti non vedranno nemmeno nell’arco di un’intera vita. Insomma, niente a che vedere con chi, alla sua stessa età, parte per l’estero con il sogno dei 1000 euro al mese. [Lo so, è stronzo come paragone, ma di questi tempi aiuta a rendere meno amaro il momento]

tumblr_lwnmwbcTad1qe8uzjo9_400

3 – Il procuratore. Lo capì anche Mazzoni, il procuratore di Lavezzi: per una città che già mal sopporta le sparate del presidente De Laurentiis non avere in giro un procuratore come Enrico Fedele che spara sentenze fortissime (tipo che Nick Amoruso era più forte di Higuain) atte a destabilizzare l’ambiente è solo e soltanto un bene. Va bene tutelare i propri assistiti, ma in certi casi non ci si rende conto che li si danneggia più del dovuto (proprio come in questo caso con Paoletto).

4 – Lorenzo Insigne. Anche lui rientra tra i motivi per cui non bisogna rimpiangere l’ex capitano. Come già scritto all’inizio, sono tanti quelli che in queste ore versano lacrime amare per la partenza di Cannavaro quando potrebbero dedicarsi al grande talento di Frattamaggiore per evitargli una fine simile a quella di Paolo e degli altri tanti napoletani bruciati una volta arrivati al San Paolo.

5- Cannavaro non è Totti. Il paragone è impietoso perché Paolo ha dimostrato più volte di meritare quella fascia di capitano e di indossarla con onore, ma serve a dimostrare come un giocatore legato alla città possa adeguarsi e crescere insieme alla propria squadra nel corso degli anni nonostante le critiche, gli infortuni e i soffocotti di Ilary Blasi. Che si trattasse di giocare con una, con due, con tre o con zero attaccanti, Totti ha dimostrato di poter essere titolare a prescindere dagli schemi. Cosa che non si può dire per Paoletto, andato in difficoltà appena si è passati con la difesa a quattro di Benitez.

2 commenti

Archiviato in Blog