Un posto all’ombra. Storia di una vergogna tutta napoletana

In pochi lo sanno e a pochi importa. Ma c’è un’eclissi perenne che nasconde una parte di Napoli. Come se qualcosa si frapponesse tra il riflesso del sole che si specchia nel golfo e quella parte di città troppo lontana dal centro e troppo poco scenografica per ricevere attenzioni mediatiche. È l’ombra della vergogna, di una città capace di mostrare le sue ferite più profonde pur di risultare sempre eccentrica ma che tende a nascondere tutto ciò che potrebbe apparire normale. Perché quella di Miano, Secondigliano e San Pietro a Patierno è una periferia banale, fatta di problemi comuni a tante periferie di cui non frega niente a nessuno.

Un territorio difficile in cui persino il sindaco più visionario della storia di Napoli non si è mai mosso davvero per carpirne i problemi e dove, ad oggi, nessun partito può dire di prevalere sull’altro perché la vera politica la fa l’Anti-Stato. Storie di malaffare che hanno reso, nel tempo, l’insieme di quartieri (poi diventati municipalità) un agglomerato di freddo cemento armato da tenere nascosto e da tirare fuori soltanto al momento delle elezioni.

Probabile che sia un caso, ma è da queste parti che sono capitati gli episodi più assurdi della politica cittadina degli ultimi dieci anni: dai presunti brogli alle primarie del Pd nel 2011, all’uccisione per questioni camorristiche dei parenti di diversi consiglieri municipali (leggi qui e qui), fino alla gambizzazione di un consigliere municipale durante una rapina. Inutile sottolineare però che nel parlamentino di San Pietro qualche giovane consigliere che prova a fare qualcosa c’è sia nella maggioranza che all’opposizione, ma  i loro sforzi oggi appaiono gocce in un avvilente deserto di disinteresse generale.

Come se non bastasse poi, nel corso degli anni, la scarsissima appetibilità di questi luoghi ha fatto sì che:

  • La Birreria Peroni chiudesse e del progetto di riqualificazione urbana da parte del Comune di Napoli e Legacoop Campania non se ne sentisse più parlare.
  • Il quadrivio si trovi ancora in uno stato di degrado ed abbandono a diciotto anni dalla voragine senza un vero e proprio piano di riqualificazione né da parte del Comune, né da parte dei privati che posseggono parte dei terreni.
  • Il corso Secondigliano diventasse, con il rifacimento dei marciapiedi, un posto in cui gli alberi ad alto fusto coprono totalmente le luminarie stradali, riducendo la via principale dell’intera municipalità ad un tetro cimitero quando cala il sole.
  • I numerosi beni confiscati ai clan della zona siano tuttora inutilizzati o mal sfruttati.
  • L’unica biblioteca della zona (“Guido Dorso” in piazza Zanardelli) sia chiusa da più di quattro anni e -al momento in cui scrivo- non abbia ancora visto l’inizio dei lavori di ristrutturazione nonostante i fondi già stanziati.
  • I lavori della linea 1 della metropolitana che riguardano le fermate di Secondigliano, Regina Margherita e piazza Di Vittorio siano sospesi per mancanza di fondi e rimandati al progetto 2014-2020 con una serie di varianti che potrebbero allungare ulteriormente i tempi. Tutto ciò per favorire le fermate del centro Direzionale e dell’aeroporto di Capodichino per questioni di marketing pubblico che rendono i lavori di quelle tratte più urgenti di quelle citate sopra (traduzione: conviene fare prima le fermate che portano all’aeroporto perché è da lì che arrivano i turisti -e quindi i soldi-).

Quella della metropolitana è comunque  l’ultima goccia di un vaso che trabocca da più di vent’anni e che non fa altro che rendere più fertile il terreno dell’illegalità in una zona di Napoli lasciata volutamente in balia di sé stessa (da responsabili che nel frattempo si sono fatti una carriera sia nella politica regionale che in quella cittadina). Una zona dove però le eccellenze continuano a nascere e a crescere e che, nonostante tutto, non ha proprio voglia di restare all’ombra.

corsosecondiglianofoto1

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