Archivi del mese: marzo 2014

Essere devoti a Mamma Napoli

Oggi Napoli è una mamma da vivere, che mi guarda e mi coccola con gli occhi di chi sa che un domani potrei ritrovarmi lontano da qui, da Lei. Con i rimpianti e la malinconia ad assalirmi e a tormentarmi senza tregua pure se mi trovassi in un posto migliore. Perché lo sanno pure i bambini che non esiste un posto migliore di quello deciso dal cuore. Ed il mio oggi dice “Napoli”.

Guardo il cielo e penso che questa ispirazione sia merito di una spiritualità ritrovata: ho fatto pace con me stesso. Infatti è diventata un’ esperienza mistica il poter sniffare indisturbati l’odore del ragù che esce dalle case altrui.  Proprio io, quello che non amava la carne nella pasta, che faceva a cazzotti con una mentalità che non capiva, oggi  inseguo la banda della Madonna dell’Arco nei vicoli per potermi perdere in quell’estasi di voci e odori che non c’azzeccano niente col folclore da cartolina, perché l’amore per una Mamma come Napoli non mi rende cieco a tal punto da non vedere i suoi tanti difetti. Le cose peggiori però oggi le lascio fuori.

Il fumo dei carciofi arrostiti sui balconi è il mio incenso, il traffico che scorre lento è la mia processione. Napoli mi rende suo chierichetto ma sa che le sono devoto solo in domeniche come questa.

[Colonna sonora del momento: “Ex Voto, musica e carisma nel sud d’Italia” di Marco Zurzolo]

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Un Cristo al sole: Padre Alex e i rom in fuga

Padre Alex se ne va in giro per il campo con le mani dietro la schiena. Ogni tanto alza la testa verso il cielo e sospira come se le risposte che non riesce a darsi prima o poi possano arrivare da lassù.  Io lo seguo e provo ad orientarmi: non è la prima volta che entro qui. Qualche mese fa gli abitanti della zona impedirono ai rom di costruire una capanna fuori dalle mura di cinta del campo. Quella volta arrivarono fino al cancello principale ma poi, dopo qualche insulto e le pressioni della polizia, se ne tornarono a casa. Questa volta no.

Io e Padre Alex Zanotelli ci siamo conosciuti un’ora prima all’ingresso del campo rom di via del Riposo, la strada che costeggia il lato occidentale del cimitero di Poggioreale a 200 metri dall’aeroporto di Capodichino. Ora siamo lì, al confine a nord del campo, ad osservare quel muro di frigoriferi accatastati. Le ultime famiglie di rom gettano alla rinfusa nelle auto e nei van tutto ciò che potrà servirgli nel posto in cui andranno. Perché dopo stamattina hanno deciso di andarsene volontariamente, o quasi.

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Hanno deciso di andarsene perché non se la sentono di rischiare la vita. Chi ieri è entrato nel campo per farsi giustizia ha mandato uno di loro all’ospedale. Quando escono dal campo con le auto piene di cose e persone mi dicono che tornano in Romania, che andranno ad Aversa o a Gianturco. Non lo sanno nemmeno loro. Vogliono solo andarsene da quelle persone che hanno tirato bombe carta addosso ai bambini. Pensano che quegli uomini in divisa che sostano fuori al campo non potranno difenderli da quella furia inutile che ieri sera si è accanita su di loro.

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Nel frattempo ci viene incontro un uomo che sta caricando l’auto insieme alla sua famiglia: «Uè o’zì!» dice a Padre Alex che gli tende la mano. Con un’aria tra il preoccupato e il divertito ci domanda «Ma che è successo? Io non l’ho capito!». Provo a spiegargli cosa significhi il termine “molestare” ma lui mi interrompe incredulo:  «Ma scherzi? Qui è pieno di donne e ragazze, perché qualcuno doveva fare una cosa così?». Abbasso la testa senza rispondere mentre Padre Alex dice ciò che avrei dovuto dire io.

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Torno verso il centro del campo, stordito dall’odore acre che si respira e da quelle parole che non lasciano spazio ad altre riflessioni o ragionamenti. Mi fermo, intorno si sentono solo le mamme che piangono in attesa che i loro figli tornino da scuola. Più che un campo rom sembra un campo di battaglia da cui sono scappati quasi tutti e da cui vorrei scappare pure io che non so che dire a queste persone. Prima di uscire mi fermo un’altra volta, noto un Cristo appoggiato su una colonna e subito mi tornano in mente le parole di Padre Alex: «Scusateci. Ci dispiace.»

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Cosa ca**o sta succedendo tra le associazioni della Federico II?

Sono giorni febbrili alla Federico II ma l’inizio dei corsi non c’entra nulla. Tra meno di un mese infatti ci saranno le elezioni studentesche ed è in questi giorni che la campagna elettorale entra davvero nel vivo. A chi mi chiedeva come riassumere sinteticamente cosa è cambiato dalle scorse elezioni (del 2010) rispondo così: quelli che prima di quell’anno stavano a sinistra passarono con gli apartitici e quelli che stavano negli apartitici si allearono con quelli che stavano a sinistra. A destra c’era poco o niente.

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Associazioni contrapposte si affrontano

Oggi quelli che stavano a sinistra e si allearono con gli apartitici si uniscono con la destra e quelli che stavano negli apartitici adesso passano a sinistra. Quelli che stavano a destra si alleano con quelli che stanno negli apartitici ma che prima stavano a sinistra. In tutto ciò c’è una parte della sinistra che non si è mai mossa e che continua a domandarsi se sia il caso di allearsi con sé stessa.

Tutto chiaro, no? anigif_enhanced-buzz-5444-1354297408-3

P.S. Sul come queste cose influenzino la vita degli studenti e sul perché avvengano rimando tutto ad altri post in cui non escludo di coinvolgere altri protagonisti di queste vicende. Questo è un post sarcastico che non vuole né offendere né attaccare qualcuno in particolare (perché essendo coinvolto pure il sottoscritto sarebbe ridicolo ed ipocrita) quindi pazienza se qualcuno non lo capirà. Come direbbero a Secondigliano: “It’s only your fucking problems”.

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[Dedicato a chi ha provato a tenere certi giochini politici fuori dalle università ed ha fallito miseramente]

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