Archivi del mese: aprile 2014

Capodimonte, cenere e fango

Sera del 28 settembre 1943, Napoli.

Fa caldo. L’estate non sembra essere mai passata così come l’odore di morte portato dalla guerra. In città i tedeschi sono circa ventimila ma non è una buona notizia. Non sono turisti venuti per ammirare le bellezze campane. Sono nazisti. Uccidono, bruciano o deportano chiunque non gli vada a genio. In questo momento le cose per i napoletani stanno così: se parli coi tuoi, muori. Se non ti fermi a parlare con i nazisti, muori. Se ti fermi a parlare coi nazisti ti sparano quelli che ti considerano amico dei tedeschi e muori. In ogni caso, già sai: muori.

Nella Sanità la situazione sarebbe relativamente tranquilla se non fosse che il quartiere è attraversato da un ponte che collega il centro con la periferia. Inoltre, alle spalle del quartiere si erge la collina di Capodimonte dove i tedeschi si stanno radunando ora che in città, davanti ai continui soprusi, cominciano a ribellarsi tutti, persino i bambini.

scugni

 

Alle finestre dei palazzi che affacciano su piazza Cavour ci sono cartoni, stracci e qualsiasi altra cosa possa evitare di far filtrare la luce all’esterno. Chi non ha una cantina in cui ripararsi dall’afa e dalle bombe prova a muoversi il meno possibile per non attirare l’attenzione dei nazisti.

Dei pochissimi soldati italiani rimasti in città alcuni sono trincerati in una palazzina proprio al di sotto dell’avamposto tedesco di Capodimonte. Tutti gli altri, soprattutto gli ufficiali, hanno fatto la mappatella e se ne sono fujuti appena hanno saputo che l’ordine di Hitler dato ai suoi era:

«Prima di lasciare Napoli riducetela in cenere e fango»

I nazisti sono soldati meglio equipaggiati, più nutriti ma meno sereni di qualche mese fa perché sanno che gli alleati sono arrivati a Nocera. Hanno sistemato un reticolato di filo di ferro che non solo blocca il passaggio al loro fortino, ma anche la visuale. Il sergente Vincenzo Di Prisco detto “Enzuccio panza ‘e fierro” ha 37 anni, una moglie, cinque figli di cui tre adolescenti e prima della guerra faceva lo scaricatore al molo di Porta di Massa. Ha le dita delle mani tozze quanto panzarotti ed è il più alto in grado tra quei venti sfasulati che rappresentano l’esercito italiano nel rione Sanità.

«Sergé, mettete su una squadra e togliete dai coglioni quel reticolato. Bisogna tenere occupati ‘sti strunz prima che facciano esplodere il ponte» dice il Tenente Colonnello Bonomi che da qualche giorno conduce azioni di disturbo e sabotaggio contro i nazisti nel vicino quartiere di Materdei.

Si fanno avanti quattro volontari, uno non indossa neanche la divisa. Prendono il necessario e si infilano in un vicolo tra i Vergini e Veterinaria e salgono strisciando verso la collina. Il silenzio è assoluto. Ogni movimento pare risuonare contro le pareti. Si vede poco o niente. Un metro dopo l’altro arrivano sotto il reticolato e con movimenti al rallentatore tirano fuori le tronchesi. Provano a tagliarlo tenendolo fermo perché non si vedano le vibrazioni. Non funziona. Il filo spinato tedesco è straordinariamente forte e resistente. Due tronchesi si scheggiano, una si rompe. I soldati guardano il sergente nella penombra, scuotono la testa e fanno passare i tubi di gelatina all’interno del reticolato. Lo sparo e la testa di un volontario esplodono quasi contemporaneamente. Il sergente grida qualcosa ma è coperto dal resto degli spari. I quattro ragazzi mollano tutto in preda al panico e cominciano a strisciare giù per il vicolo diventando automaticamente bersagli. Ai fucili si aggiungono le voci delle mitragliatrici. Il sergente tenta di rispondere al fuoco ma viene investito da una raffica. Rotola su sé stesso mentre i tre ragazzi si alzano in piedi, creando delle sagome contro la luce della luna e venendo inevitabilmente trucidati.

Il sergente si presenta dal Tenente Colonnello scuro in viso.

«Com’è andata?»

«Li hanno ammazzati tutti»

«Chi erano?»

«Femiano, 19 anni. Iannuzzi, 22. Del Prete, 18. Muselli, 21».

«Ehm. Lei come sta?»

«Neanche un graffio. Ma quelli potevan esser miei figli»

«Eh, sergè, è la guerra. Metta su una seconda squadra e riprovi»

E Di Prisco, la notte del 29 settembre, riprova.

A questo giro la squadra riesce a malapena a fare dieci metri nel vicolo, poi nel silenzio risuona il tonfo sordo di una granata. Esplode un paio di metri davanti a loro. Una nuvola di calcinacci e polvere che si macchia di rosso lascia intendere al sergente che una scheggia ha tranciato il braccio di uno di loro. Si ritirano, ma non abbastanza in fretta. I tedeschi si accaniscono talmente tanto che una raffica quasi taglia in due uno dei ragazzi che rimane a terra urlando suppliche strazianti alla madre mentre da dietro le finestre oscurate qualcuno piange.

«Com’è andata?» domanda Bonomi.

«MANNAGGIAOCAZZ»

«Tutti morti?»

«MANNAGGIOCAZZ»

«Chi erano?»

«18, 18, 23 e 22, MANNAGGIOCAZZ»

«E lei come sta?»

«MANNAGGIOCAZZ, MANNAGG!»

«Eh, sergente, è la guerra»

«MANNAGGIOCA’»

Il Tenente Colonnello nota che Di Prisco è lievemente alterato, così lo lascia stare. La guerra è fatta così. Il mattino dopo Di Prisco sta seduto in disparte, non parla con nessuno, manda affanculo persone a caso e continua a fissare il reticolato finché tutti cominciano a temere che l’uomo abbia fuso il cervello.

La notte del 30 settembre, quando tutti stanno dormendo, si presenta in quella stanza adibita ad armeria in piazzetta San Gennaro a Materdei.

«Oè caro…» saluta il carabiniere.

«Salve, vorrei un paio di tubi di gelatina esplosiva»

«Certamente, come no!? Però mi devi fà vedè l’ordine…»

«Non ce l’ho. Dammi tre tubi»

«None, e po’ co’ tre tubi di gelatina addò vai solo tu?»

Di Prisco sbuffa.

«Iamme,nun fa o strunz pur tu, damme ‘sti tubi, o’sce’!»

«Uè uè, t’agg itto noneeeee»

«Mia moglie mi ha fatto avere una bottiglia di vino delle parti sue, Lacryma Christi…»

Al carabiniere passa un lampo negli occhi.

«Aeh, e vabbuò … pigliali, però se ti vede Bonomi so’ cazzi tuoi, eh!»

«Sì, sì»

Di Prisco lo fissa per un attimo, poi prende i tubi ed esce.

Non lo vede nessuno mentre si dirige verso via Foria. Quando si accorgono che manca si comincia a credere che si sia suicidato, qualcuno pensa che abbia disertato dopo quello che gli è capitato. C’è anche un carabiniere di Casapulla incazzato a’mmostro, ma non è intenzionato a dare spiegazioni.

Alle due di pomeriggio alla Sanità la situazione è la solita finché si sentono una serie di esplosioni troppo lontane per essere minacciose. Tutti si guardano attorno tutti senza capire.

Poi succede.

Dalla parte superiore della collina di Capodimonte, in località Moiariello, vengono giù un paio di palazzoni ormai disabitati, precipitando verso la Sanità. La forza dell’esplosione li ha trasformati in una frana. In meno di dodici secondi sopra i tedeschi si materializzano tonnellate di calcinacci, polvere e massi che procedono verso di loro rombando come motociclette ad un raduno in costiera amalfitana. La vedono arrivare e la trincea è percorsa da ordini e grida. Potrebbero salvarsi correndo verso la Sanità, lontano dalla frana e dalle trincee. Solo che non possono.

C’è il loro filo spinato.

Quando il Tenente Colonnello Bonomi dà la carica si trova davanti a un tumulo di pietre e a della scaloppina umana di origine tedesca.

Il sergente Di Prisco rientra fischiettando dopo un’oretta e consegna la bottiglia al carabiniere.

Verranno entrambi cazziati da Bonomi la mattina seguente, mentre gli alleati fanno il loro ingresso trionfale in città.

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Ho visto il trailer della fiction Gomorra ed ho capito perché mi piace Don Matteo

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Dopo il libro, l’audiobook narrato dallo stesso autore, l’opera teatrale ed il film, alla fine è arrivata anche la serie tv. Nonostante una condanna per plagio, Roberto Saviano torna con la sua opera più famosa, questa volta in salsa fiction. Prima che si apra il teatrino delle polemiche pro-Saviano: sì, lo sappiamo tutti da queste parti che la faida di Scampia è solo un pretesto per narrare vicende che in realtà succedono ovunque. E sì, sappiamo anche che Saviano non vorrebbe speculare sulla sua opera più famosa. Ma tant’è…

La serie riprende quella che è la parte più cruenta di tutto il libro: Di Lauro vs. Scissionisti con tanto di  inseguimenti, donne nude, sparatorie ecc. Tutto già molto visto e rivisto in centinaia di serie tv tranne che per l’elemento nuovo: le Vele e la monnezza.  Ma se sono questi gli unici elementi che differenziano la nuova serie tv di Sky allora possiamo cominciare a rivalutare  Terence Hill ed il suo “Don Matteo” per la capacità di rappresentare a pieno la provincia italiana senza eccessive americanate che piaceranno solo ai muccusielli in cerca di cattivi esempi.

 

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Michele e la notte del lavoro narrato

Io e Michele ci conosciamo da pochissimo. In comune abbiamo due cose importanti: lo stesso corso di laurea magistrale e il quartiere di provenienza. Già questo basterebbe per far sì che mi risulti simpatico chiunque, ma Michele mi ha parlato di una cosa che mi ha reso ancora più contento di averlo conosciuto.

Un giorno viene in facoltà e mi parla della notte del lavoro narrato. Mi racconta dell’evento bellissimo che si terrà la sera del 30 aprile in alcune parti di Napoli e nel resto d’Italia. Dell’importanza che ha una manifestazione del genere in un paese come l’Italia dove la parola lavoro non ha più il valore di un tempo.

Usare quella parola oggi significa parlare di contratti trimestrali, collaborazioni, part-time. Significa precarietà. Significa incertezza.

Io lo ascolto e concordo su tutto perché conosco bene quei termini e so quanta inquietudine generino in quelli della nostra età. Il guaio è che non so come dirglielo: io sono inquieto per natura ed ho scelto un mestiere che probabilmente farà di me un precario perenne. E poi, per due under-30 di Secondigliano, parlare di lavoro è come parlare di legalità: termini bellissimi che negli ultimi vent’anni sono passati raramente dalle nostre parti. Ma forse è da lì che si dovrebbe ripartire, dalle quelle periferie che non conoscono dignità. Perché il lavoro è quello. Non è solo la busta paga il 27 di ogni mese. Parlarne, raccontarne le vicissitudini, è un bene che andrebbe esteso all’intera nazione, soprattutto a quelli che un lavoro l’hanno solo immaginato fino ad oggi. In fondo, per come ho capito, il senso dell’evento è proprio quello:

seminare oggi con la cultura del racconto e sperare che domani si raccolga in termini concreti.

Sembra una follia, ma quale grande impresa non comincia con un azzardo?

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Giusto per chiarire

Faccio politica universitaria perché sono convinto che le facoltà, oltre a fornire le basi per il mondo del lavoro, debbano essere vivibili ed in grado di formare menti critiche e non caproni con magistrale (spesso cum laude) e master che commettono continui attentati alla lingua italiana e a qualsiasi logica che abbia un minimo di senso.

 

tumblr_mjyn35e51h1s92f6do1_500 “Il giorno della mia laurea” 

Potrei elencare tutti gli episodi che dimostrerebbero il mio impegno senza chiedere nulla in cambio -pratica ormai rarissima-, ma il fatto che sia stato eletto per ben due volte in due dipartimenti/facoltà diverse chiarisce che c’è ancora una parte degli studenti che sostiene le persone per l’impegno profuso e non per la quantità di caffè offerti o promesse discutibili fatte durante la campagna elettorale.

Non sono mai stato tesserato per alcun partito né ho intenzioni future di iscrivermici. Le tessere che possiedo sono quelle della Feltrinelli, della Fnac ed un altro paio che comunque dimentico sempre di usare. Della politica amo studiarne la comunicazione, di tutti gli altri aspetti ho una visione oscura che mal si sposa col mio carattere. Per quel che riguarda la mia vita non ho particolari ambizioni se non quelle di diventare un bravo giornalista professionista e di riuscire a guadagnarmi il pane con questo che ormai non considero più solo un mestiere, ma gran parte della mia vita.

P.S.: Dopo aver scritto di getto questo post mi sono chiesto: ma poi davvero c’è bisogno di chiarire?

Non bastava il nome del blog? 😀

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