Michele e la notte del lavoro narrato

Io e Michele ci conosciamo da pochissimo. In comune abbiamo due cose importanti: lo stesso corso di laurea magistrale e il quartiere di provenienza. Già questo basterebbe per far sì che mi risulti simpatico chiunque, ma Michele mi ha parlato di una cosa che mi ha reso ancora più contento di averlo conosciuto.

Un giorno viene in facoltà e mi parla della notte del lavoro narrato. Mi racconta dell’evento bellissimo che si terrà la sera del 30 aprile in alcune parti di Napoli e nel resto d’Italia. Dell’importanza che ha una manifestazione del genere in un paese come l’Italia dove la parola lavoro non ha più il valore di un tempo.

Usare quella parola oggi significa parlare di contratti trimestrali, collaborazioni, part-time. Significa precarietà. Significa incertezza.

Io lo ascolto e concordo su tutto perché conosco bene quei termini e so quanta inquietudine generino in quelli della nostra età. Il guaio è che non so come dirglielo: io sono inquieto per natura ed ho scelto un mestiere che probabilmente farà di me un precario perenne. E poi, per due under-30 di Secondigliano, parlare di lavoro è come parlare di legalità: termini bellissimi che negli ultimi vent’anni sono passati raramente dalle nostre parti. Ma forse è da lì che si dovrebbe ripartire, dalle quelle periferie che non conoscono dignità. Perché il lavoro è quello. Non è solo la busta paga il 27 di ogni mese. Parlarne, raccontarne le vicissitudini, è un bene che andrebbe esteso all’intera nazione, soprattutto a quelli che un lavoro l’hanno solo immaginato fino ad oggi. In fondo, per come ho capito, il senso dell’evento è proprio quello:

seminare oggi con la cultura del racconto e sperare che domani si raccolga in termini concreti.

Sembra una follia, ma quale grande impresa non comincia con un azzardo?

download

Annunci

3 commenti

Archiviato in Blog

3 risposte a “Michele e la notte del lavoro narrato

  1. Ti rispondo da precario, dicendo che non è il precariato in sé il vero male del lavoro, ma come hai detto tu, la dignità. Qualche anno fa ho conosciuto una madre italiana che stava in Belgio. Era disoccupata, ma aveva anche dietro uno stato che le garantiva DIGNITà PER LEI E SUO FIGLIO. Come? dandole una mano economica – e qui mi riferisco a uno stipendio quasi vero e non delle miserrime briciole – durante il periodo di non-lavoro. A parte questo che sicuramente non guasta, visto che oramai il precariato è la regola di una società che altri hanno definito liquida, non sarebbe necessaria una vera regolamentazione tutelativa verso questo popolo di lavoratori che, creso siano la maggior parte, permettono all’Italia di andare ancora avanti?
    non voglio parlare di pensione, qui, perché altrimenti non finisco più il commento

    • Vincenzo Strino

      Sarebbe necessaria, sì. Però, senza troppa retorica, sappiamo entrambi che qui le regole vengono stabilite non dalla maggioranza, ma da un’esigua minoranza che non riesce proprio a vedere al di là dei propri interessi. E meno male che al Governo c’è uno che parlava di cambiare verso…

  2. Pingback: Vincenzo e io: due terronisti nella notte | la notte del lavoro narrato

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...