Archivi del mese: marzo 2015

Napoletani brava gente

Io non ci ho mai pensato ai napoletani “per bene”.

Cioè sì, l’ho fatto, ma ho sempre preferito pensare a Napoli nella sua interezza e a quella sua sfaccimma di complessità che te la fa amare e schifare allo stesso tempo.

Perché poi, in realtà, non è il cuozzo, il parcheggiatore abusivo o il camorrista che te la fanno odiare questa città. Sono quelli che c’hanno la morale a comando e che si girano dall’altra parte quando il fatto non gli interessa a farti detestare questo posto. Perché non è il male in sé. Quello c’è ovunque, anche in posti che da qui ci sembrano paradisiaci. È la presunzione di sapere che la posizione in merito ad un fatto sia giusta e che il torto sia dall’altra parte.

Quanti ne conosco di napoletani così!

In certi casi, quando Napoli appare come una vittima, tutti quelli che nella vita si sono autodistrutti a furia di scelte sbagliate hanno la possibilità di gridare al mondo una cosa “giusta”.Ed è forse questo che li rende migliori di altri? È questo che li rende davvero “per bene”?

Che poi che cosa significa “per bene”?

Niente. Non significa assolutamente niente. Si può essere dei banditi con dignità e nobiltà d’animo come Robin Hood e si può essere dei perfetti stronzi anche vivendo nella famiglia del Mulino Bianco. E pure questa, a’ffinale, è ‘na cosa che s’adda dicere.

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Dopo due giorni di gestazione ci avviamo a scrivere le conclusioni di questa riflessione che chissà se è arrivata veramente da qualche parte. Sicuramente c’è una parola, un concetto chiave: lo stereotipo.

Ogni stereotipo nasce da un fondo di verità e non lo combatti negando quel fondo di verità ma intervenendo su di esso. Non si può far finta che un pezzo di questa città non esista, non abbia diritto a esistere, solo perché così è più comodo. Noi non ci definiremmo mai “brave persone”, “napoletani per bene”, “napoletani onesti” perché tra tutta sta brava gente ci stanno pure quelli che basta pizza e mandolino, “Napule adda cagna’”, viva il lungomare libbberato e tutti i turisti a San Gregorio Armeno; e che poi Peccato solo ca ncopp o lungomare ce stann e cuozz.

Tra tutta ‘sta brava gente ci stanno pure quelli che la gestiscono questa città. Quelli della cultura, quelli della politica, quelli dell’immagine pubblica. Tutti i responsabili del fatto che ci sta chi, nella vita, di essere brava gente proprio non se lo può permettere.

E poi pure il napoletano onesto è uno stereotipo. Il più pericoloso. Non solo per la divisione del mondo tra buoni e cattivi di cui parliamo nel pezzo ma perché innesca un meccanismo di auto-assolvimento generale. Di chi si sente onesto perché è onesto, di chi non sa che farsene dell’essere onesto e pensa a campare, e di chi dovrebbe intervenire nelle istituzioni, che avendo come riferimento due mondi che non si mischiano si rivolge sempre e solo dove è più facile.

E poi è una questione di dignità. È più offensiva l’intervista al bravo ragazzo di Scampia, per mostrare che a Scampia stann pure e bravi guagliuni, che quella dell’ex spacciatore. Pare l’esposizione del caso raro, quello da mettere sul piedistallo. Dell’eccezione.

Il quartiere è le sue storie di vita, le sue contraddizioni, i suoi problemi. Negare una parte della contraddizione perché è impossibile assimilarla al pezzo di mondo che teniamo noi in testa è la vera disonestà.

Perché finché qua si continua a immaginare la città come una maggioranza silenziosa che rispetta le regole e che è oppressa da una minoranza di animali che non le consentono di avere un’esistenza serena, da una minoranza che va negata, ghettizzata, fermata in qualche modo, non andremo da nessuna parte.

Nessuno al mondo ha il diritto di rivendicare la propria appartenenza a un pezzo di terra più di qualcun altro.

[Continua da qui]

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Lettera di un napoletano a Papa Francesco

Caro Francesco,

lo so che non abbiamo tutta questa confidenza e che dovrei essere più formale, però mi sembri un tipo alla mano e non penso che te ne fotta molto dei ghirigori semantici, quindi vengo al dunque.

Verrai a Napoli nel giorno del mio ventinovesimo compleanno e, pure se non avremo un incontro personale, sono molto felice perché atterrerai a Scampia ed attraverserai la via principale del mio quartiere, che è Secondigliano.

Grazie a questa tua visita, il Comune ha deciso di aggiustare le strade che percorrerai tu, quasi come se invece della Papa-mobile dovessi venire con una macchina da Formula 1. Quindi, anche se ancora in vita, un miracolo l’hai già fatto: far ricordare a chi governa questa città che c’è un posto chiamato Secondigliano che talvolta necessita di manutenzione e cura come tutti gli altri posti della città (che comunque se ne cadono a pezzi, eh!).

Perché tu, caro Papa, devi sapere che il posto in cui passerai non è come lo si vedrà, pieno di gente felice che ti applaude e si commuove. Napoli in questo momento è uno specchio rotto, spaccato in tanti piccoli pezzi che riflettono soltanto le utopie di una terra che non è mai stata in grado di mantenere le proprie promesse. Noi, piccoli specchietti incapaci di guardarci dentro, partiamo subito in quarta quando si tratta di difendere la nostra terra e la nostra storia da attacchi esterni ma non ci rendiamo conto di essere incapaci di difenderla da noi stessi e dal malessere che ci portiamo dentro.

France’ io sono un credente perché credo in te. Credo nei parroci coraggiosi che fanno degli oratori piccole isole della legalità in un mare di ipocrisia. Credo nei valori di Cristo che,  se oggi tornasse in vita, sicuramente non farebbe parte della Chiesa di cui fai parte tu. Non ti prendere collera per questo, in cuor tuo lo sai che è così ma probabilmente non lo ammetterai mai. Un po’ come quando gli amori finiscono e nessuno vuole accettarlo: la tua Chiesa è destinata a sgretolarsi in questa nuova era.

Tante volte ho pensato che pure Napoli dovesse essere rasa al suolo per rinascere migliore, ma ciò che vivremmo noi napoletani sarebbe sempre lo stesso finale perché non è la storia a condannarci, siamo noi.

Ti voglio bene France’. Sabato faglielo capire a chi ti ascolterà che quelli che oggi sembrano sfigatissimi visionari alla fine spaccano il culo a tutti, ché qua c’abbiamo bisogno di una speranza per farcela da soli. È l’ultima cosa che ci è rimasta. (Soprattutto mo’ che abbiamo capito che lo scudetto lo rivince la Juve per l’ennesima volta).

Ti abbraccio uagliò, statte bbuon’!

V.

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L’arte zen per scansare gli stronzi

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Non ho mai visto nessuno andare a finire volontariamente coi piedi nella merda. Certo, qualcuno dice che porti fortuna, ma chi è che per strada pesta volontariamente una merda con la speranza che poi gli migliori la giornata?

La merda però non è solo quella che esce dal culo. Come direbbe Banderas se pubblicizzasse feci: “C’è merda e merda”.

Ci sono quelle lasciate distrattamente in strada dai padroni di cani e poi ci sono gli stronzi, quella categoria di esseri umani che ti rendono la vita più difficile. Lo stronzo consapevole è un essere intellettivamente normodotato che si crede migliore degli altri e che ad un certo punto della sua vita s’adda mettere a’copp per dimostrare qualcosa al mondo.Tu lo vedi è pensi: «Chisto ‘sta facenno o’strunz!».

Poi ci sta lo stronzo inconsapevole, quello che a guardarlo non gli daresti manco 10 centesimi di fiducia e che invece ti stupisce ogni giorno per la sua ottusità ed il suo candore stronzico. In quest’altro caso, invece, quando ci si ha a che fare ti porta a pensare: «Ma chisto è strunz!»

In ogni caso, scansare stronzi in strada come nella vita è un’arte, forse la più preziosa via verso la felicità. Per farlo ci vuole pazienza, allegria ed un pizzico d’amor proprio. Perché se è vero che “in faccia ai maligni e ai superbi il mio nome scintillerà” come canta De Gregori, affrontare stronzi non porta mai a nulla se non a macchiarsi le scarpe come l’anima. Per questo, quando succede, pensiamo sempre che amm’ fatt ‘na strunzat.

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Una cosa seria di cui non frega niente a nessuno

Stamattina hanno arrestato Vincenzo Pariante, quello che nell’autunno del 2004 uccise Fulvio Montanino, braccio destro di Cosimo Di Lauro.
Quell’omicidio si consumò in via Cupa dell’arco, nei pressi di casa Di Lauro (e pure casa mia, ma questo non è un dettaglio rilevante) e fu l’inizio della faida di Secondigliano e Scampia.

Per dieci anni, chi abita da queste parti ha vissuto una guerra che, se fossero state presenti le istituzioni, sarebbe stata stroncata sul nascere come accade in altri quartieri popolari.
Invece no. Gomorra, Saviano, le Vele…
Tra i due quartieri colpiti dalla faida si decise (mediaticamente e politicamente) che uno, Scampia, quello che nell’ideale collettivo dava l’idea di periferia, passasse sotto i riflettori. L’altro, Secondigliano da allora è rinchiuso in un cono d’ombra da cui né le istituzioni locali, né quelle nazionali, sembrano vogliano tirarlo fuori.

Nel frattempo, con le elezioni regionali alle porte, saranno in tanti a riempirsi la bocca col binomio periferia-riqualificazione e se alla presidenza della municipalità di Scampia c’è un Pisani in rampa di lancio, a Secondigliano c’è un Solombrino abulico quanto un Josè Calderon quando fu comprato dal Napoli ed eclissatosi quasi subito dopo le elezioni.

Insomma, ci sarà qualcuno in grado di tirare fuori quest’area di Napoli fuori dal guado senza spremerla o dovremo aspettare un’altra faida per sperare che qualcuno si accorga di noi?

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