Archivi del mese: aprile 2015

Occhio per occhio, Like4like

Ci evolviamo da millenni. Eravamo scimmie che berciavano ovunque e che copulavano felicemente a qualsiasi ora del giorno e della notte ed oggi siamo la copia barbuta di Ken, il marito di Barbie: acconciatissimi, depilati e sessualmente inutili.

In questo lento ruzzolare verso il declino abbiamo affrontato carestie, pestilenze, guerre sante per evolverci in tronisti.

Il sangue dei nostri avi (e dei meglio avi di chi vi è stra-avo) offerto in sacrificio a Maria De Filippi per rendere le nostre sopracciglia delle splendide ali di gabbiano che volano felici verso il nulla.

Ma l’evoluzione della specie, ci ricorda Darwin, non preserva i migliori ma coloro i quali sono più capaci da adattarsi all’ambiente circostante.

Tipo le fashion blogger.

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Piero Angela dovrebbe farci una puntata di “SuperQuark” sulle fashion bloggers, magari mandando il figlio Alberto a trovarne qualcuna a farsi i selfie tra un baretto ed un locale alla moda.

Ma siamo nell’epoca dell’apparenza, di Instagram e dell’ “occhio per occhio e like4like” e non sapere quale filtro mettere ad una foto non è il problema di una sola categoria.

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Apparire è una questione che riguarda tutte, nessuna esclusa. Il desiderio di essere come Naomi Campbell è svanito sotto una coltre di cellulite dovuta alle troppe patatine fritte e a quei panini con la Nutella dopo mezzanotte.

E se va benissimo non inseguire più cose che ti sembrano irraggiungibili come un posto di lavoro con orari decenti o una pensione, figuriamoci correre dietro canoni di bellezza estetica senza tempo quando una foto seminuda su un social a caso ti farà sentire apprezzata anche più di quella tua amica bellissima ed intelligentissima che però non si connette mai, no?

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Perché la mediocrità è rassicurante, confortevole, piena di certezze. In giro c’è un sacco di gente che si crede unica vestendo H&M e Zara. Persone con la personalità di un mobile Flarke dell’Ikea che va in giro a dirci come vestirsi, cosa mangiare e quando crepare.

Forse è il caso di dirlo, ma calcisticamente parlando siamo una generazione che ha smesso di inseguire la Champions perché provocava troppo stress ed abbiamo cominciato ad accontentarci della salvezza all’ultimo secondo.

Perché c’è la crisi…

Perché è un periodo un po’ così…

Perché l’anno prossimo chissà che succede…

E qui, a furia di navigare a vista, siam diventati tutti ciechi.

 

 

 

 

 

 

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Rugby & Scampia: quando lo sport è più forte di tutto

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Dicono Scampia e poi dicono Gomorra, pistole, camorra, feccia.

Sia chiaro, non succede sempre. Anzi, ci sono state volte in cui siamo stati accolti in modi talmente belli che ci siamo sentiti in imbarazzo.
Spesso però abbiamo resistito contro ogni tipo di provocazione, in campo e sugli spalti.
Sempre col sorriso sulle labbra.
È bello quando vedi la faccia di chi ti offende che si oscura perché rispondi con un sorriso come quello del Presidente.
Perché il rugby è pur sempre uno sport e nello sport esiste chi vince e chi perde.
Tu vieni provocato e, invece di rispondere, ti concentri per vincere.
E alla fine lo batti.
Sbam!

Una, due, tre, quattro, quindici volte.
In campo ma soprattutto nella vita di tutti i giorni.
Perché prima ancora di parlare di rugby si dovrebbe parlare degli uomini che questo progetto se lo sono tatuati nel cervello prima che sulla pelle, come una bellissima ragione di vita.
Di quelli che all’inizio si sentivano dire che non saremmo arrivati a fine campionato perché eravamo un’accozzaglia di ex giocatori talentuosi ma indisciplinati.
Di quelli che all’inizio allenavano soli quattro ragazzini sul campo dell’Arci (che ci sembrava enorme e che ora è piccolissimo).
Di quelli che con dignità e silenzio hanno sopportato chi ci accusava di essere la squadra più indisciplinata del campionato.
Di quelli che ci mettono il cuore e l’anima ogni santissimo giorno.
Alcuni c’hanno messo le costole, altri le spalle, uno addirittura una tibia.
Ma poi sono tornati più forti di prima.
Tutti.
È questa la storia che dovrebbero insegnare questa squadra e questo quartiere a chi, invece di giocare, pensa a rispondere alla gente sugli spalti: prima di essere rugbisti, prima di provare piacere per una bella giocata, prima di tutto bisogna essere Uomini a prescindere dall’età o dall’esperienza.

E per essere tali, talvolta, bisogna sapere (R)esistere a tutto. Proprio come noi che Scampia la viviamo e non la guardiamo dalla tv.

In ogni caso, a chi continuerà a dire Gomorra noi risponderemo Vittoria.
Sempre.

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