Archivi del mese: maggio 2015

A te che dici che votare è inutile

Cara/o amica/o che in questi giorni non fai altro che ribadire che votare è inutile, lascia che ti dica un paio di cose.
Io ti scrivo perché ho passato anni a chiedermi come era possibile che a governarmi fossero sempre le stesse facce di merda e, alla fine, sono giunto alla conclusione che è tutto (de)merito tuo, quindi, visto che tu hai detto la tua lascia che ora sia io a dire la mia.

Tu, genio comunicativo del “tanto so’ tutti mariuoli”, moderno Ponzio Pilato che lascia alla folla la scelta. Ignori che Pilato era un Prefetto dell’Impero Romano mentre tu sei soltanto l’ennesima scarda di cesso di una società che ha sacrificato molte persone valide per permettere a quelli come te di dire la tua senza che qualcuno venga a strapparti la lingua o ti mozzi le dita mentre digiti i tuoi deliri.
Capisci?
Cioè, oltre a mammina e a babbuccio c’è qualcuno che ha pensato che tu fossi importante e che meritassi di essere parte attiva del posto in cui vivi, non è meraviglioso?
Senti a me, vai a votare. Scendendo, scendendo ti giochi pure una bella bolletta, compri i dolci per il pranzo e porti pure un fiore ai morti che speravano che venissi su un po’ più sveglio/a.
Lo so che tu stai così perché vedi molta depressione in giro ma, credimi, a me interessa che tu per una volta nella vita decida qualcosa invece di star seduto a guardare il mondo che decide per te.

Azzeccala ‘sta scopa, va a vutà!

 

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Secondigliano, una strage a due passi da casa

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Non ho mai provato una sensazione simile. Ho sempre reagito in maniera lucida e razionale anche in casi in cui tutti, intorno a me, perdevano le staffe. Erano le 19 quando ho saputo. Una collega mi chiede se vogliamo lanciare un messaggio di cordoglio per la strage di Secondigliano.

Cosa? Che? Perché? Ma chi? Quando?

L’orario in cui l’inferno si ripropone a Secondigliano è lo stesso in cui mia madre esce da scuola e via Napoli-Capodimonte è la strada che la separa da casa nostra. Da quelle parti ci conosciamo tutti. Zona quadrivio, l’incrocio in cui nel ’96 crollò un palazzo facendo 12 morti, nei pressi delle palazzine celesti, piazza di spaccio e roccaforte degli scissionisti ai tempi della faida. A pochi passi da casa mia. 

Avrei voluto alzarmi e correre a casa a piedi, sarei saltato sulle auto, sugli autobus, sui tetti dei palazzi, avrei fatto scattare il verde dei semafori con la sola forza del pensiero, avrei voluto essere lì e abbracciare mia mamma, mio padre, quelli a cui voglio bene e dirgli che la distanza in casi come questi è una spina fortissima nel petto. Perché non sai, non capisci, vuoi solo stare lì e difendere le persone a cui tieni.

Ma niente. Non riesco a fare niente. Nemmeno una chiamata. La paura di sapere è troppa e mi tremano le mani. Inoltre ho finito i soldi sul cellulare e l’unica cosa che mi resta è affidarmi ad internet e scoprire che i protagonisti di questa storia di merda li conosco quasi tutti. Quelli che non conosco sono parenti o colleghi di persone che conosco. Uno strazio infinito che mi toglie quel poco di sonno che avevo.

Ci sono passato qualche minuto fa fuori casa di Giulio il mostro, uno che fa quattro morti e cinque feriti per i fili del bucato. C’era un bel capannello di giornalisti pronti a fare il loro lavoro mentre da casa verranno intervistati i soliti sociologi, psicologi, editorialisti e Saviani vari che ci diranno che non si è trattato di una singola lite ma di una frustrazione sociale dovuta al fatto che non era sposato, che viveva in una zona di merda, che bla, bla, bla…

Guardo verso quel balcone maledetto e penso che almeno pioggia notturna ha cancellato il sangue che ieri s’era appiccicato sull’asfalto caldo. Peccato però che l’acqua non basti a fare lo stesso con le brutte storie come questa.

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[Le foto sono di Sergio Siano ed io le ho rubate da Il Mattino]

 

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Il senso civico in Italia funziona come la tintura di Massimo Giletti (cioè malissimo)

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Sarà che vivo in una città in cui spesso si vedono scene di violenza inaudita compiute da adolescenti senza alcun casco, ma a me spaventano più i buonisti con l’indignazione a comando che quei cretini che si vestono di nero e spaccano le vetrine.

Ma non è un fatto di abitudine, no. Se così fosse io dovrei essere avvezzo alla camorra così come i milanesi alla ‘ndrangheta. Ma non è così, è peggio. Molto peggio.

È un po’ come per Charlie Hebdo: la libertà d’espressione in Italia serve a far prendere like a persone che si esprimono (e giudicano) soltanto quando gli fa comodo. 

Perché chisenefotte della libertà d’espressione se nessuno ti ascolta. Se dici che ti indigna di più la violenza sulle persone che quella sui muri e sulle auto allora sei un fascista violento peggio dei black bloc. Se fai notare che il giorno dopo i fatti di Milano a qualcuno a Bologna è stata aperta la testa mentre manifestava allora sei un comunista con delle ideologie vecchie ed inutili.

Perché qui per essere considerato devi dire qualcosa di già sentito, come le canzoni di Ligabue, altrimenti gli amici restano spiazzati e fuggono via.

E a me tutto questo spaventa. Perché so come si combatte la malavita, l’ignoranza, la violenza, la saccenza e forse pure la fame nel mondo, ma il finto-buonismo no. Questo fantasma che alcuni definiscono senso civico che appare e scompare per convenienza mi mette paura perché è come vedere il vero problema dell’Italia, individuarlo davvero e non poterci fare niente.

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Vedendo queste foto capisco che in Italia questo senso (presunto) funzioni come la tintura dei capelli di Massimo Giletti (cioè malissimo).

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[E chissà se il detersivo milanese lava via pure il sangue dalle facce dei bolognesi]

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Primo maggio: auguri a chi ci crede

Auguri a chi è morto cadendo da un’impalcatura.
Auguri a chi ha creduto nei sindacalisti e nei sindacati che nel 2015 non sono capaci manco di fare un concerto decente.
Auguri alla marenna del fravcatore e a chi alla sera puzza di fatica.

Auguri a chi è dovuto andare lontanissimo da casa per poter dimostrare il suo valore.
Auguri a quelli messi ai margini, definiti “i peggiori” perché non si piegano.
Auguri a chi guarda al mondo del lavoro come una vasca di squali e sopravvive benissimo senza metterlo nel culo al prossimo.
Auguri a chi fa quello che gli piace, ma pure a chi tira avanti la carretta fino a quando non si rompe il cazzo.

Auguri a chi un lavoro se lo è inventato, a chi lo ha perso e a chi lo sta ancora aspettando.

Questa Repubblica è fondata sul lavoro: auguri a chi crede!

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