Secondigliano, una strage a due passi da casa

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Non ho mai provato una sensazione simile. Ho sempre reagito in maniera lucida e razionale anche in casi in cui tutti, intorno a me, perdevano le staffe. Erano le 19 quando ho saputo. Una collega mi chiede se vogliamo lanciare un messaggio di cordoglio per la strage di Secondigliano.

Cosa? Che? Perché? Ma chi? Quando?

L’orario in cui l’inferno si ripropone a Secondigliano è lo stesso in cui mia madre esce da scuola e via Napoli-Capodimonte è la strada che la separa da casa nostra. Da quelle parti ci conosciamo tutti. Zona quadrivio, l’incrocio in cui nel ’96 crollò un palazzo facendo 12 morti, nei pressi delle palazzine celesti, piazza di spaccio e roccaforte degli scissionisti ai tempi della faida. A pochi passi da casa mia. 

Avrei voluto alzarmi e correre a casa a piedi, sarei saltato sulle auto, sugli autobus, sui tetti dei palazzi, avrei fatto scattare il verde dei semafori con la sola forza del pensiero, avrei voluto essere lì e abbracciare mia mamma, mio padre, quelli a cui voglio bene e dirgli che la distanza in casi come questi è una spina fortissima nel petto. Perché non sai, non capisci, vuoi solo stare lì e difendere le persone a cui tieni.

Ma niente. Non riesco a fare niente. Nemmeno una chiamata. La paura di sapere è troppa e mi tremano le mani. Inoltre ho finito i soldi sul cellulare e l’unica cosa che mi resta è affidarmi ad internet e scoprire che i protagonisti di questa storia di merda li conosco quasi tutti. Quelli che non conosco sono parenti o colleghi di persone che conosco. Uno strazio infinito che mi toglie quel poco di sonno che avevo.

Ci sono passato qualche minuto fa fuori casa di Giulio il mostro, uno che fa quattro morti e cinque feriti per i fili del bucato. C’era un bel capannello di giornalisti pronti a fare il loro lavoro mentre da casa verranno intervistati i soliti sociologi, psicologi, editorialisti e Saviani vari che ci diranno che non si è trattato di una singola lite ma di una frustrazione sociale dovuta al fatto che non era sposato, che viveva in una zona di merda, che bla, bla, bla…

Guardo verso quel balcone maledetto e penso che almeno pioggia notturna ha cancellato il sangue che ieri s’era appiccicato sull’asfalto caldo. Peccato però che l’acqua non basti a fare lo stesso con le brutte storie come questa.

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[Le foto sono di Sergio Siano ed io le ho rubate da Il Mattino]

 

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