Archivi del mese: giugno 2015

Cosa ho visto il giorno dopo l’attentato a Sousse

Questo post parla dell’esperienza di Felicea Gattagrisa, studentessa italiana in Tunisia durante le ore dell’attentato a Sousse. Io e lei non ci conosciamo personalmente, ma non è la prima volta che “presto” il blog per raccontare storie non mie (come per il caso delle proteste a Gezy Park in Turchia).  Mi piace pensare che queste pagine siano come una tenda in cui ospitare le persone che hanno da raccontare una storia interessante su un punto del mondo in cui sono rivolti gli sguardi di tanti e su cui si sprecano molte parole. Tipo la Tunisia in questi giorni. 

 

A Tunisian police officer on horse patrol the beach in front of the Imperial Marhaba Hotel in Sousse, Tunisia, Sunday, June 28, 2015. Tunisia's top security official says 1,000 extra police are being deployed at tourist sites and beaches in the North African nation. (ANSA/AP Photo/Darko Vojinovic)

Mi trovo a Tunisi in questo momento. Sono arrivata in questa splendida città mediterranea un paio di giorni fa per motivi di studio. Avevo appuntamento con una parlamentare di Ennahda, il partito islamista tunisino, per parlare di quote rosa e di come le pari opportunità abbiano reso la costituzione  tunisina più democratica di molte altre.  Parliamo di emancipazione femminile, ma anche delle storie e della politica dei nostri paesi. E del terrorismo.

Perché solo poche ore prima dell’intervista, a Sousse, Seifeddine Rezgui , ha ucciso 38 persone sulla spiaggia.

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Durante l’intervista,  la parlamentare mi illustra  le proposte di legge riguardanti i diritti delle donne che il suo partito, Ennahda, quello religioso,  ha in cantiere. Il primo obiettivo, mi spiega, è un più eguale accesso al mercato del lavoro, poiché l’indipendenza economica è la reale base per tutte le altre forme di indipendenza, e in Tunisia le donne incontrano ancora moltissime difficoltà di inserimento e di possibilità di carriera. La parlamentare mi  fa l’esempio delle donne impiegate nella pubblica amministrazione : se ne contano moltissime, quasi tutte con basse qualifiche, quindi posizionate ai livelli più bassi dell’edificio amministrativo. Quasi nessuna ricopre ruoli dirigenziali. Questo perché, continua  la parlamentare, sono le donne che devono curare la casa, i bambini e la loro educazione. Uno dei progetti di legge riguarda, dunque, il prolungamento del congedo di maternità e l’introduzione del congedo di paternità, per far si che i compiti domestici vengano egualmente suddivisi e al tempo stesso  il lavoro femminile sia riqualificato, come risorsa affidabile.

Quando le chiedo se è possibile l’emancipazione femminile con un codice di famiglia che riconosce all’uomo il ruolo di capo -famiglia, la parlamentare mi spiega che finché gli ostacoli in ambito lavorativo non saranno rimossi, è inutile,  se non dannoso, riformare il codice di famiglia in senso egualitario, come chiedono gli esponenti  dei partiti e delle associazioni laiche.

Allo status di capo-famiglia,  dice la parlamentare, sono connessi tutta una serie di obblighi, tra cui, per esempio, quello per il marito di passare gli alimenti alla ex-moglie dopo il divorzio. Se una donna divorziata non potesse più contare, di punto in bianco, sugli alimenti che le passa il marito, avendo pochissime possibilità di trovare un impiego, si ritroverebbe letteralmente in mezzo ad una strada. Gli argomenti toccati sono tanti: dalla questione della libertà femminile si va alla questione della laicità.

Chiedo alla parlamentare se una società religiosa possa essere allo stesso tempo liberale. Lei mi dice che, nel caso della Tunisia, non è possibile parlare di società laica, per questo è giusto che lo stato si occupi delle moschee ed è giusto che ci sia un Ministero degli Affari Religiosi. Al tempo stesso però lo stato si preoccupa di essere inclusivo e di non lasciare fuori dall’arena politica nessun gruppo, nemmeno  le donne.

Quindi una società religiosa può essere tollerante? Con questa domanda che mi ronza in testa, termino l’intervista e me ne ritorno in albergo.

Per strada, in effetti, ci sono molte donne senza velo e con gonne corte, ma quando al mio ritorno apro facebook, trovo i messaggi di parenti e amici preoccupati: cosi scopro dell’attentato a Sousse. La mia reazione è simile a quella di milioni di tunisini: paura, tristezza e sgomento. Il giorno dopo, tutti gli impiegati dell’albergo mi hanno chiesto come stavo. Una receptionist mi ha chiesto: “ma non hai paura?”.

 

In realtà tutti loro cercavano un conforto e uno sfogo: tutti alla fine mi hanno parlato dell’ attentato, con le facce serie e addolorate.

La receptionist,  in perfetto italiano, mi ha detto : “Fa molto male”, mettendosi una mano sul petto.

epaselect epa04822452 A Tourist prays beside flowers placed in tribute to the people killed in a terror attack on a beach in front of the imperial Marhaba Hotel in Sousse,Tunisia, 28 June 2015. According to local reports 26 June, an assailant with handgrenades opened fire on tourists at two hotels, killing at least 37 people, including Germans, Brits and Belgians, and wounding several others, some while they were sunbathing, the attacker was killed later in a gun fight with Tunisian security services, while people beleieved to be associated with him have since been arrested in the country. The group which calls itself the Islamic State (IS) have claimed responsibility.  EPA/MOHAMED MESSARA

In mattinata, camminando sulla Avenue Bourguiba, vedo un gruppo di persone radunate sulle scale del Teatro municipale. Manifestano contro il terrorismo.

Ognuno di loro ha in mano un cartello che dice: “No al terrorismo” e uno di loro spiega ad alta voce e con rabbia, in arabo, l’importanza della lotta contro questa piaga.

Sia dietro la rabbia dei manifestanti, sia dietro le facce tristi dei miei interlocutori la paura di rimanere soli è palpabile.

È questo che i tunisini temono, l’isolamento!

Residents of the coastal town of Sousse in Tunisia place flowers and messages during a gathering at the scene of Friday's shooting attack, Sunday, June 28, 2015. The Friday attack on tourists at a beach is expected to be a huge blow to Tunisia's tourism sector, which made up nearly 15 percent of the country's gross domestic product in 2014. (ANSA/AP Photo/Abdeljalil Bounhar)

Mentre leggo la stampa italiana che titola “Venerdi di sangue!” e sentenzia  “diffidate della vacanza low cost”,  continua a ronzarmi in testa la domanda sulla società religiosa e sul grado di tolleranza che può avere.

La risposta mi arriva un paio di giorni dopo.

Lo scenario è quello di una spiaggia, senza bagno di sangue. Una spiaggia normale, come  Ostia, o Mergellina, piena di tunisini che di domenica vanno al mare, forse ero l’unica straniera.

Per prima cosa mi guardo intorno, alla ricerca delle altre donne, per vedere quanto posso spogliarmi. Quasi tutte fanno il bagno vestite:  con pantaloncini e una maglietta sbracciata, la maggior parte; qualcuna addirittura si tuffa col velo;  un paio hanno il costume, con le mutandine a coulotte.

Allora decido di togliermi la sola maglietta e tenere i pantaloni. Mentre ormai sono distesa al sole in completo relax, sento delle voci di ragazzi molto vicine a me, me le sento quasi in testa:  ridono, urlano cose che non capisco. Per un po’ decido di ignorarli. Ma dopo un po’, non posso fare a meno di riconoscere di sentirmi sotto tiro. Allora un po’ seccata, prendo le mie cose e mi sposto vicino ad una famiglia, padre, madre e bimba piccola. La madre, una donna velata, viene verso di me , e mi invita a mettermi  accanto a loro. Così, finalmente, mi lasciano in pace.

Ecco la risposta: non mi sono rimessa la maglia, perché avevo caldo e volevo prendere il sole, e una donna col velo ha fatto si che fosse possibile, ma non ho fatto il bagno, perché non avevo un ricambio, e se mi fossi tolta i pantaloni, potevo anche dire addio alla mia domenica di relax.

Sono qui in Tunisia, in un paese ospitale e tollerante, nei limiti di quanto una società religiosa può esserlo, che da poco ha conquistato il suo diritto al pluralismo e alla libertà di espressione, attraverso una rivoluzione e una Costituzione, e oggi con un governo di unità nazionale, che vede coinvolte nella negoziazione del futuro del paese tutte le componenti della società.

Il terrorismo colpisce tutto questo: l’essenza della democrazia, che è il dialogo fra diversi.

Ma di questo i media parlano poco: di che cosa davvero è una democrazia.

 

[Tutte le foto sono © Copyright ANSA/AP]

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