Archivi del mese: gennaio 2016

Lettera ad un padre appena andato in pensione

Qualche giorno fa mio padre è andato in pensione.

È tornato a casa con l’aria smarrita, di chi non sa bene cosa fare. Ha posato le targhe celebrative dei suoi tanti anni di carriera e i regali dei colleghi ed è andato su, cosa che non fa mai prima di pranzare. Per me è il protagonista di “Sulo pe’ parlà” di Pino Daniele. Lui sì che conosce bene l’arteteca di quando di notte ti giri nel letto perché sei stato sotto tutta la vita.

Mio padre ha cominciato a lavorare a quindici anni, pochi mesi dopo la morte di mio nonno. Dieci fratelli ed una mamma casalinga, alla fine degli anni sessanta era prassi normalissima quella di mandare i figli arruolabili a faticà.  E così, da cameriere dall’albergo Londra a piazza Municipio, passò a barman degli alberghi più prestigiosi della città. Usciva all’alba e tornava la notte. Gli autisti dei bus notturni ormai lo conoscevano e lo svegliavano quando era il momento di scendere alla fermata del corso Secondigliano.

Quando sono nato io faceva tre lavori pur di mantenere me e la mamma ma, dopo la laurea però, diventò tutto un po’ più semplice. Almeno col lavoro. Sì, perché nel frattempo io crescevo e con me pure i problemi nel nostro rapporto.

Io e mio padre abbiamo passato quasi vent’anni a litigare. Erano troppe le scelte ed i discorsi che non capivo.

Come quando in terza elementare, all’uscita da scuola, mi disse che non importava aver preso “ottimo” ad un dettato, prima o poi avrei dovuto dare un senso alla mia vita senza pensare ai voti che mi davano gli altri.

O come quando, a quindici anni, mi fece tornare di notte a piedi dalla riviera di Chiaia dopo essere stato ad una festa di compleanno di un amico del liceo. Ci misi due ore e mezza attraversando il desolatissimo centro storico della domenica sera. Durante quegli anni sono state tante le volte che sono dovuto tornarmene a piedi dalle parti più disparate della città e con tutte le tipologie di condizioni climatiche (ché tanto comunque di bus che portano a casa ce ne sono stati sempre troppo pochi di giorno e di notte).

Confondevo l’enorme fiducia nei miei mezzi per disinteresse nei confronti del suo unico figlio. Che scemo!

Ora riconosco la mia città da qualsiasi angolazione o frammento visivo e sono in grado di attraversare qualsiasi città del mondo o affrontare qualsiasi difficoltà senza mai perdermi  (chi ha viaggiato o vissuto particolari momenti insieme a me non può che testimoniare).

Sul senso della mia esistenza credo di esserci quasi arrivato a trent’anni, ma sul senso della sua vita mi è tutto chiaro dal giorno del mio diciottesimo compleanno. Cioè da quando mi comunicarono che, a causa di un enorme tumore al fegato, non gli restavano che soli tre mesi di vita. Un bel regalo per la mia maggiore età, no?

Da quel momento ho capito che quella che interpretavo come freddezza nei miei confronti era rispetto e possibilità di farmi fare tutti gli errori possibili prima che diventassi un adulto. Insomma, mi aveva concesso una possibilità che a lui -che una adolescenza non l’aveva mai avuta davvero- non era mai stata concessa.

Mio padre è trapiantato di fegato dal 2004. A novembre scorso gli è stato diagnosticato un nuovo tumore ma ce l’ha fatta pure questa volta. Appena uscito dalla sala operatoria mia madre è svenuta ed ho dovuta stenderla sul tavolo della sala d’attesa, poi sono andato da lui che era in preda al classico delirio post-operatorio e gli ho detto che non doveva fare il cazzone perché il figlio non si era ancora sistemato e non sarebbe stato in grado di farcela da solo. Lui è tornato lucido per un attimo, mi ha guardato e mi ha mandato a fare in culo stringendomi fortissimo la mano.

L’avrei dovuto capire per tutte le volte che si fa venire la febbre quando mi allontano da casa per più di una settimana, per tutte le volte che non si addormenta fino a quando non rientro (cioè sempre), per tutte le volte che mi è entrato in camera di mattina per assicurarsi che fosse tutto ok. Quel modo così discreto e tenero, di curiosità mal celata da una freddezza che ormai, ho capito, è solo un bluff soprattutto ora che è in pensione.

E insomma, il senso della vita di mio padre sono io.

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