Archivi del mese: luglio 2016

Anatomia di un flop: Napoli Teatro Festival

Davide Cerbone oggi su Il Mattino:

Sono i numeri a rivelare l’anatomia di un flop. Quello del Napoli Teatro Festival Italia 2016. Le 176 alzate di sipario, in media, hanno registrato un incasso di novecento euro per spettacolo. Questo anche per la massiccia distribuzione di biglietti omaggio: solo uno spettatore su tre ha pagato il biglietto.

Gli organizzatori si difendono: «Gli omaggi sono stati distribuiti per evitare che alcuni spettacoli, soprattutto di artisti stranieri, rimanessero senza pubblico». La rassegna ha assorbito comunque quest’anno di sei milioni di euro stanziati dalla Regione Campania. Polemiche anche sul fronte dei compensi: 200mila euro per il direttore artistico. Dragone: «Serviti a pagare anche il mio team».

Il 6 luglio scrissi questo post ed oggi, undici giorni dopo, credo che il cerchio possa chiudersi amaramente:

Ho appena letto del flop del Napoli Teatro Festival: 6 milioni stanziati dalla Regione, di cui 180 mila euro per 12 spettacoli in un Politeama quasi sempre vuoto.

Sono cifre mostruose di fronte a quelle che muovono i tanti ragazzi che in questi anni hanno recuperato strutture o se ne sono inventate di nuove per crearsi un proprio teatro.

Ma non è tutto e non è solo dispiacere.
Se a queste somme aggiungiamo quelle spese per il Forum delle Culture, altro mega-flop (voluto però dal Comune) in cui sono stati spesi 10,7 milioni, cosa viene fuori?

Che su Dolce & Gabbana e i loro eventi possiamo polemizzare quanto ci pare, ma un ritorno, quando si muovono i privati, c’è.
Quindi, da queste parti, dobbiamo farcene una triste ragione: quando ci sono tanti soldi in ballo, istituzionalmente non siamo molto bravi ad organizzare qualcosa che abbia un duplice ritorno. D’immagine per la città e culturale per chi ci vive.

Qual è il rischio?
Che Napoli guardi a Barcellona come esempio ma finisca come Rio de Janeiro.
Da una parte la spiaggia di Copacabana e le location perfette per essere attrattive verso i privati, dall’altra le favelas, le continue sparatorie e la disparità incredibile tra centro e periferiant3

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La stesa: da immagine da cartolina a simbolo camorristico

Dici “stesa” e pensi ai panni ad asciugare al sole.
Una delle immagini da cartolina più abusate di Napoli è quella dei fili appesi tra un balcone e l’altro nei vicoli.
Probabilmente uno dei cliché che ha influito sulla scelta di Dolce & Gabbana di scegliere Napoli per festeggiare i loro primi trent’anni da azienda insieme alla pizza, il Vesuvio e altre caratteristiche folcloristiche che esportiamo all’estero da sempre.
cartolina
Napoli però non è solo fatta di immagini positive.
Nell’area nord della stessa città, ma pure in quella est o in certe zone del centro, dici “stesa” e pensi ad uno dei simboli comunicativi della camorra che si interpone -in una mia personalissima scala gerarchica di pericolosità- tra i fuochi d’artificio e l’agguato.
Ad esempio, stanotte a Miano e a Capodimonte ci sono state due stese e nessuna delle due aveva a che fare con i panni messi ad asciugare.
La stesa, da queste parti, è una raffica di proiettili sparata a bordo di uno scooter o di una moto.
Viene utilizzata da gruppi o clan in ascesa per marcare il territorio, un po’ come i cani quando fanno la pipì.
Raramente fa vittime e, se lo fa, è solo per via incidentale.
È un modo, brutale, per dire: “Qui comandiamo noi”.
Gli equilibri geo-camorristici sono in continuo mutamento e certi segnali andrebbero letti e tramutati in risposte politiche nel minor tempo possibile.
Il rischio è che, insieme a quella dei panni, si crei una nuova cartolina favorita dal clamore di Gomorra e sarebbe un peccato.
Perché l’area nord continua a rappresentare un problema per questa città che continua a guardare verso il mare e non si accorge di avere una pistola -enorme e non giocattolo- puntata dietro la nuca.
bossolo-4

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