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Radiohead a Napoli

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È un sacco che non scrivo qui.

Scendo via Pessina come un fulmine. I sampietrini e le buche fanno ballare la Panda come un macinino di inizio secolo scorso. Mi dirigo verso la ztl di piazza Dante che è ancora buio. L’ultima volta che ci sono passato a quest’ora stavo andando ad occupare il mio liceo. Saranno passati quindici anni e nelle orecchie ho ancora Kid A dei Radiohead.

Fame chimica. Fame da lupo di città in giro di notte. Afferro un pacco di tarallini finto-pugliesi che conservavo nello sportello laterale alla mia sinistra. Un gruppo di barcollanti finto-ribelli attraversa la piazza provenendo da Port’Alba, forse Bellini. Si dirigono verso il Cavone e Dante gli indica la via con la mano. Fanno ritorno nelle loro stanze finto-democratiche, con le bandiere di Libera e della Pace attaccate sui muri.

A piazza Carità/Salvo D’Acquisto decido di proseguire dritto invece che girare a sinistra. Voglio arrampicarmi sui Quartieri per poi tornare indietro verso casa.

Sulle pareti dei palazzi nomi di gente che si ama o che fa i bucchini. Scudetti. La gente ormai comunica solo sui muri, come i primitivi. Rumore bianco dei neon e ronzio dei lampioni. Dai vasci s’affacciano napoletani, capoverdiani, bengalesi, cingalesi, cazzi appesi. Madri che aspettano i figli, pusher che aspettano i clienti, panettieri che aspettano i fornitori, nottambuli che aspettano il giorno.  Sembra una stazione con gente in attesa del proprio treno. E quando cazzo dormite voi? Siete peggio di me.

Potrebbe essere la scena de “La Grande Bellezza”, solo che il vero Jep Gambardella è tornato e le feste non le fa fallire come una azienda partecipata qualsiasi. Te le fa scoppiare in faccia come l’acne adolescenziale. Di come quando desideravi pomiciate violente e nessuna ti cacava perché eri un timido, foruncoloso di merda proveniente dalla periferia, mentre in classe tua c’era tutta la giovane borghesia radical-chic che ti guardava come un alieno. Certo, poi il sabato sera ti invitava perché lo sfigato doveva sempre starci nella comitiva un po’ come il chiattone nei Neri Per Caso o Howie D. nei Backstreet Boys, ma loro non sapevano come sarebbero andate le cose e nemmeno tu. Uno di loro adesso si crede davvero un Jep Gambardella in mezzo a tante femminucce. Complesso di Edipo palese ed omosessualità neanche tanto latente, barzelletta di Napoli. Io però non provo sentimenti negativi per lui.

Altro che invidia, compa’.

Attraverso la città come un fantasma, ma non sono morto, sono solo più leggero. Sono la tromba in How to disappear completely. Non sono qui e non sta succedendo nulla.

E se ci sono, Giorgia non deve sapere. E neanche Chiara e Michele devono, perché si preoccupano. Sanno che è in questi momenti che mi sento libero, ma si preoccupano lo stesso. Perché una mente come la mia, quando si libera,  è in grado di generare bombe e farle esplodere col solo pensiero.

Invidiami questo, Jep. Oppure no.

È un sacco che non scrivo qui.

Che fine hai fatto. Che hai fatto tutto questo tempo.
Sono andato a letto presto.
Perché non scrivi più.

Perché non mi regali la pagina del blog? La converto e ci faccio una salumeria del buon senso. Una stuzzicheria per dottorandi anarchici. Un bistrot della gioia vaginale. Anna Trieste faceva più ridere quando faceva l’addetto stampa della Valente. Ci faccio un presidio evangelico contro tutte le mafie a parte lo Stato. Una braceria vegana. Un’enoteca per meridionalisti talmente anonimi da non prendere manco il proprio voto.
Grazie. Ma io scrivo, eh. Ho scritto tantissimo.

Cose lunghissime però, di quelle che non puoi mettere sul blog ché poi ti fai i nemici. Che poi sono cose che non interesseranno più. Già lo faccio su Instagram, che in mezzo ai panorami e ai selfie ci metto pure le infografiche.

Cioè, un paio di cose le scrivo ancora per me, sì, ma il resto è cronaca. Alla fine m’interessa quello adesso.

E un po’ di porno. Ma forse neanche più di tanto in realtà.

No. Devi scrive le cose tue, come fa Nicodemo. Tutte le cose che sono successe: i terroristi, l’elezioni in Olanda, i cazzi. Lo storitelling tuo era bello.

Sì ma non faccio più ridere o riflettere. E poi non sono mai stato Auanasgheps. Il pesce, popio, ciardona, Erasmus, pollo podolico, chips di farro. Non mi vengono battute.
Vabbè masticazzi, scrivi no?

E come ti dico di no?

Ma che gli dico pure agli altri? Io leggevo Simone Di Meo in metropolitana solo per far incazzare gli arancioni. Altro che Erri de Luca.

Poi non ricordo, qui ogni giorno si scrivono cose sulla città, sul cuore, sull’anima di Partenope, sulla pizza fritta, sul caffè, sulla bellezza dei posti.  Ad un tratto sono diventati tutti poeti e blogger. Insomma, hanno già sostanzialmente saturato il business dello stereotipo mentre fingono di combatterlo.

E poi vorrei dire pure un altro fatto, tipo flusso di coscienza che diventa vomito che al posto degli acidi contiene numerose verità per me indiscutibili.

Avete scambiato la rivoluzione di pochi come quella di un popolo, il turismo a basso costo per una rinascita, dei quartieri con una città intera, delle vittime innocenti per martiri e dei martiri per marketing, la Costituzione con il Corano per gli integralisti islamici, Maradona per San Gennaro, Maurizio De Giovanni per Andrea Camilleri, il nozionismo con la cultura, l’etica con la moralità, la libertà con il narcisismo, la camorra con l’illegalità e la camurria con la politica, l’appartenenza con l’educazione civica, Scampia per Secondigliano.

Siete così simili a Pulcinella da non esserne nemmeno più la caricatura. Dagli insulti a Saviano all’avere sempre un nemico da combattere. Avete dato il massimo nel campionato mondiale dell’isteria e, mentre i vostri leader diventavano consiglieri, assessori o gestori di b&b, voi stavate lì a battere le dita sulla tastiera in nome di qualcosa che non vi apparterrà mai. Come quando un troll su Facebook ha fatto un evento chiamandolo “Radiohead in Naples” e in pochi giorni vi siete convinti in 20mila che la band sarebbe venuta a suonare sul lungomare. Cioè, io mah, ma pure voi, boh.

Mi asciugo le labbra.

Guardo la città dall’alto. Corso Vittorio Emanuele sarebbe davvero il cesso se non fosse per il panorama. Bevo. Penso che Napoli sia la capitale italiana della post-verità, ma che di questo non fotte niente a nessuno adesso. Forse neanche a me. Anzi, sicuramente non a me che adesso vorrei bere come quella volta da zio Frank a Parete in cui. Va bene così.

Torno a casa affrontando la salita del Bosco di Capodimonte con lo spirito di chi ha energie nuove e non le vuole disperdere. Nel frattempo il disco è quasi finito. Motion Picture Soundtrack l’ho riscoperta ed amata alla follia nella scena più bella di Westworld.

Dice, perché non scrivi più.

Scrivevo di Liberato perché pensavo di farmi due risate, poi ho conosciuto quello vero ed ho capito che le cose al Comune di Napoli sono andate esattamente così come le descrivevo io.

Ecco perché non scrivo più.

Perché ho imparato a leggervi.

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Se la meritocrazia è roba da mafiosi

In Italia gli unici sistemi meritocratici sono le mafie.
Era da tempo che ci pensavo ma volevo scriverlo oggi mentre tutti ricordiamo Falcone dopo aver celebrato Impastato, Borsellino e tutti quegli altri morti che, una volta ricordati, abbiamo riposto nella naftalina per un anno.
 
Perché che senso ha ricordare ciclicamente se non ci si impegna a cambiare le cose?
La domanda la rivolgo a me ma credo che sia estendibile a tanti.
Ho la fortuna di lavorare in una radio che porta il nome di un giornalista che stava facendo il mio stesso percorso e che è stato ucciso barbaramente dalla camorra per ciò che pensava e scriveva. Ogni volta che esco da lì mi chiedo: sto facendo abbastanza per onorare il nome di Giancarlo Siani?
Molto spesso la risposta è no.
Anzi, lo è quasi sempre. E non perché anche io consideri Siani come un feticcio da adorare a tutti i costi, ma perché lui faceva il suo dovere con impegno ed io talvolta non penso di essere al livello della situazione professionale che mi compete.
Non basta la memoria, non basta il semplice ricordo, le parole vuote figlie di una polverosa retorica che ormai non attira più nessuno. Questo non è un mio pensiero ma un tristissimo dato di fatto: c’è un sistema in questa nazione che premia i migliori, che tutela le famiglie bisognose e che punisce chi sbaglia.
Non è lo Stato ma la Mafia.
Provo orrore nel solo scrivere queste cose e sono consapevole che -in un clima avvelenato già di suo come quello della campagna elettorale- mi inimicherò altri amici, ma più mi guardo intorno più sento la necessità di ricordarlo a me stesso e a chi, in questa trincea chiamata Italia, lotta per cambiare le cose senza cercare titoli o medaglie da eroi.

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‘O cess e Napl

Due sparatorie a colpi di mitra in due giorni è una buona media. Non so se l’Istat, il Sole24Ore o addirittura TripAdvisor ne terranno conto, ma qui a Secondigliano non ne siamo molto sorpresi.

Due sparatorie: una contro dei vigilantes, l’altra contro una stazione dei carabinieri. Due modi diversi per dire che qui puoi fare quello che vuoi, anche sparare contro gente armata. A voi sembra normale? A noi secondiglianesi sì.

Ho sempre provato un po’ di insofferenza nell’ammetterlo, ma provo invidia persino per i quartieri-dormitorio perché il mio è il quartiere-cesso di Napoli. Il cacatoio politico dove un sindaco viene sei volte in cinque anni e solo in due di queste per momenti istituzionali. Qui Gomorra non è mai finita, la faida dura dal 2004 e, da allora, viviamo con la convinzione che la guerra sia la normalità.

Siamo la latrina mediatica di Scampia. Se le ultime due sparatorie fossero avvenute lì, a quest’ora ci sarebbero il Papa, Saviano, Maradona, radio e televisioni di ogni tipo, cantanti rap e musicisti jazz, tutti i comici di Made in Sud e l’ologramma di Bill Gates ad esaltare le qualità delle imprese nate lì negli ultimi anni. Qui invece, nel quartiere natio dei vari Di Lauro, Amato, Pagano e tutti i girati della Vanella Grassi, c’è un silenzio surreale come sempre.

Vorrei provare a spiegare che in realtà questo quartiere ha una storia passata dignitosa ma mi hanno sempre fatto tristezza quelli che per rialzarsi guardano indietro invece che avanti. Ci sto male ma non me la prenderò con la malavita. C’è chi si riempie la bocca con parole come “legalità” e “giustizia” voltandosi poi dall’altra parte quando succedono cose del genere ma non provo rabbia per loro. Non provo sentimenti per chi non può o forse, meschinamente, non vuole capire.

L’unica cosa che provo è vergogna per chi, come me, prova in tutti i modi a fare qualcosa di buono per questo posto ricevendo sempre vagonate di indifferenza. Perché forse sì, chist è over ‘o cess e Napl.

 

 

 

 

 

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Lettera ad un padre appena andato in pensione

Qualche giorno fa mio padre è andato in pensione.

È tornato a casa con l’aria smarrita, di chi non sa bene cosa fare. Ha posato le targhe celebrative dei suoi tanti anni di carriera e i regali dei colleghi ed è andato su, cosa che non fa mai prima di pranzare. Per me è il protagonista di “Sulo pe’ parlà” di Pino Daniele. Lui sì che conosce bene l’arteteca di quando di notte ti giri nel letto perché sei stato sotto tutta la vita.

Mio padre ha cominciato a lavorare a quindici anni, pochi mesi dopo la morte di mio nonno. Dieci fratelli ed una mamma casalinga, alla fine degli anni sessanta era prassi normalissima quella di mandare i figli arruolabili a faticà.  E così, da cameriere dall’albergo Londra a piazza Municipio, passò a barman degli alberghi più prestigiosi della città. Usciva all’alba e tornava la notte. Gli autisti dei bus notturni ormai lo conoscevano e lo svegliavano quando era il momento di scendere alla fermata del corso Secondigliano.

Quando sono nato io faceva tre lavori pur di mantenere me e la mamma ma, dopo la laurea però, diventò tutto un po’ più semplice. Almeno col lavoro. Sì, perché nel frattempo io crescevo e con me pure i problemi nel nostro rapporto.

Io e mio padre abbiamo passato quasi vent’anni a litigare. Erano troppe le scelte ed i discorsi che non capivo.

Come quando in terza elementare, all’uscita da scuola, mi disse che non importava aver preso “ottimo” ad un dettato, prima o poi avrei dovuto dare un senso alla mia vita senza pensare ai voti che mi davano gli altri.

O come quando, a quindici anni, mi fece tornare di notte a piedi dalla riviera di Chiaia dopo essere stato ad una festa di compleanno di un amico del liceo. Ci misi due ore e mezza attraversando il desolatissimo centro storico della domenica sera. Durante quegli anni sono state tante le volte che sono dovuto tornarmene a piedi dalle parti più disparate della città e con tutte le tipologie di condizioni climatiche (ché tanto comunque di bus che portano a casa ce ne sono stati sempre troppo pochi di giorno e di notte).

Confondevo l’enorme fiducia nei miei mezzi per disinteresse nei confronti del suo unico figlio. Che scemo!

Ora riconosco la mia città da qualsiasi angolazione o frammento visivo e sono in grado di attraversare qualsiasi città del mondo o affrontare qualsiasi difficoltà senza mai perdermi  (chi ha viaggiato o vissuto particolari momenti insieme a me non può che testimoniare).

Sul senso della mia esistenza credo di esserci quasi arrivato a trent’anni, ma sul senso della sua vita mi è tutto chiaro dal giorno del mio diciottesimo compleanno. Cioè da quando mi comunicarono che, a causa di un enorme tumore al fegato, non gli restavano che soli tre mesi di vita. Un bel regalo per la mia maggiore età, no?

Da quel momento ho capito che quella che interpretavo come freddezza nei miei confronti era rispetto e possibilità di farmi fare tutti gli errori possibili prima che diventassi un adulto. Insomma, mi aveva concesso una possibilità che a lui -che una adolescenza non l’aveva mai avuta davvero- non era mai stata concessa.

Mio padre è trapiantato di fegato dal 2004. A novembre scorso gli è stato diagnosticato un nuovo tumore ma ce l’ha fatta pure questa volta. Appena uscito dalla sala operatoria mia madre è svenuta ed ho dovuta stenderla sul tavolo della sala d’attesa, poi sono andato da lui che era in preda al classico delirio post-operatorio e gli ho detto che non doveva fare il cazzone perché il figlio non si era ancora sistemato e non sarebbe stato in grado di farcela da solo. Lui è tornato lucido per un attimo, mi ha guardato e mi ha mandato a fare in culo stringendomi fortissimo la mano.

L’avrei dovuto capire per tutte le volte che si fa venire la febbre quando mi allontano da casa per più di una settimana, per tutte le volte che non si addormenta fino a quando non rientro (cioè sempre), per tutte le volte che mi è entrato in camera di mattina per assicurarsi che fosse tutto ok. Quel modo così discreto e tenero, di curiosità mal celata da una freddezza che ormai, ho capito, è solo un bluff soprattutto ora che è in pensione.

E insomma, il senso della vita di mio padre sono io.

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