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Gianturco e i figle ‘e nisciuno

Il Financial Times parla di Napoli.
Anche l’Unione Europea, l’Onu ed Amnesty International: come mai i professionisti del rilancio della città non ne parlano?

Provo a spiegarlo io, pacatamente, sottovoce.
Oggi è la giornata internazionale delle popolazioni rom, sinti e caminanti e ieri -alla vigilia di questo importante momento- la polizia municipale della “città dell’accoglienza” ha sgomberato il campo di via Brecce, a Gianturco, lasciando in mezzo alla strada 800 persone.

I report dell’Ue, come quelli dell’Onu, bocciano il trattamento di queste minoranze in Italia, facendo l’esempio specifico del campo rom di Gianturco.
Amnesty ha manifestato preoccupazione per come stanno andando le cose lì.
E intanto, ieri, tra un borghesissimo #riscetamento e l’altro, 800 persone tra uomini, donne, bambini e anziani sono state mandate altrove, senza preoccuparsi di “dove” andranno.
Ecco perché nessuno -a parte Giuseppe Manzo, nelpaese.it e Fanpage.it con il (bel) servizio di Alessio Viscardi– ne parla con la dovuta attenzione.
Ci definiamo la città dell’amore, lanciamo messaggi di solidarietà istituzionale ai bambini della Siria dalle potenti stanze di piazza Municipio e poi sgomberiamo quelli che abbiamo qui, senza interessarci di dove andranno.
Sì, lo so già.
Molti sentono la parola “rom” e arricciano il naso.
«Non sono razzista, però…».
Magari sono gli stessi che poi condividono le foto dei bimbi siriani perché mossi da una forma d’empatia ad intermittenza, aiutata anche dal fatto che ci fai i big like con i criaturielli che crepano tra le braccia dei padri.
Ma che senso ha contrastare le politiche di Salvini se poi agiamo in maniera più ipocrita di lui?
Nemmeno una settimana fa celebravamo Enzo Avitabile, la sua sensibilità artistica e i suoi David di Donatello.
Tutte eguale song’ e criature?
Pare proprio di no.
Almeno qua, dove non siamo uguali neanche tra un quartiere e l’altro. Figuriamoci i figli degli ultimi e gli emarginati.
Mi raccomando, ora dite che il Financial Times ha un Caltagirone britannico alle spalle, che Amnesty è cattiva e che i poteri forti vi hanno imposto queste scelte.
Noi, ancora una volta, vi crederemo (?).

Qui le fonti, per rendere ancora più lungo questo post:

 

Qui invece ciò che ho scritto io in questi anni sulla situazione dei rom a Napoli:

 

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Fonte della foto: www.amnesty.it

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La favela di Scampia

campo rom scampia-7978 Cupa Perillo è un viale pieno di monnezza che attraversa Scampia e arriva a Mugnano. Periferia nord, isola ecologica dell’Asìa a destra, campo rom a sinistra. La puzza è insopportabile. Basta digitare alcune parole chiave e in rete si trovano articoli che, dal 2007 ad oggi, raccontano di futura riqualificazione del campo. Tutte chiacchiere vista la condizione attuale delle circa 800 persone che vivono lì. È da alcune settimane infatti che gli abitanti del campo si trovano senza corrente elettrica per via di un blitz delle forze dell’ordine, entrate in azione su delega della Procura per staccare gli allacci alla rete risultati abusivi. “È permesso!?” recita il murales disegnato su quel fianco dell’asse mediano trasformato nella porta d’ingresso del campo. Una formula di cortesia usata quando si vuole entrare in casa altrui ma in questo caso viene da chiedersi: “È permesso tutto ciò?”. campo rom scampia semi-dragan-7986 « Mio figlio è nato in Italia, ha 21 anni e fa il cameriere in un ristorante a Casoria. Lavora più di 12 ore al giorno ma non gli pesa, mi dice che è contento anche se viene pagato meno degli altri». Ivan ha 52 anni ma ne dimostra almeno dieci in più. È uno di quelli che a Napoli ci abita dal ’79, sopravvive raccogliendo il ferro e l’alluminio. Mi parla delle promesse fatte dalle varie amministrazioni e di tutti gli abusi subiti in questi anni.  Quando mi racconta del figlio assume un tono ed uno sguardo diverso, si illumina: «Lui non vuole andarsene, però sogna una vita diversa da questa ed io sono contento se ce la fa». campo rom scampia semi-dragan+luce-7952Sono pochi quelli disposti a parlare. Su quasi 800 persone che vivono qui solo un paio escono dalle loro baracche, mossi più dalla paura che dalla curiosità. «A volte vengono persone a scaricare i loro rifiuti all’interno del campo -dice Marko in un perfetto italiano- e quando gli chiediamo qualcosa ci rispondono che noi non comandiamo nulla e che dobbiamo farci i fatti nostri altrimenti ci bruciano tutto».  Il pensiero corre subito alla camorra che approfitta del pregiudizio generale sui rom, sui sinti e sui camminanti per generare guadagni con lo smaltimento dei rifiuti, ma Marko mi corregge subito: «Non solo. C’è pure chi viene per portare i rifiuti ingombranti all’isola ecologica di fronte e, quando non li accettano, scaricano tutto qui». «Noi abbiamo visto la guerra al nostro paese. Abbiamo visto morire le nostre famiglie e i nostri amici, non ci fa più paura niente. Le uniche paure, i nostri unici pensieri sono per loro» fa Mihaita indicando i numerosi bambini che corrono da una parte all’altra del campo. campo rom scampia-7995 Sono circa 200 quelli che vivono qui e che, in questi giorni di freddo polare, non hanno fatto altro che giocare fuori dalle baracche. «Di solito, con questo freddo stanno in casa a guardare i cartoni, tipo quello del maiale (Peppa Pig nda) -continua Mihaita sorridendo- ma senza corrente elettrica si annoiano e come fai a trattenerli?». campo rom scampia-7960 La mancanza di elettricità è un problema che non riescono a risolvere coi generatori di corrente: «Ora siamo fortunati, perché ci sono le vacanze di Natale, ma quando dovranno andare a scuola come li manderemo se non possono nemmeno lavarsi con l’acqua calda?» riprende Ivan mentre uno dei figli di Marko sale sulla baracca per aggiustare i sassi che bloccano le lamiere che fanno da tetto. campo rom scampia-7992 Dal ponte dell’asse mediano il campo sembra un’enorme favela brasiliana dai colori spenti, popolata soltanto dai bambini che, silenziosi, corrono da una parte all’altra, mentre gli adulti cercano riparo dal gelo all’interno delle baracche. «In Brasile però difficilmente farà questo freddo» mi ricorda Marco mentre scatta foto su foto. campo rom scampia-7985 Annuisco e penso che in via Cupa Perillo si stia giocando una battaglia che va al di là delle strategie politiche per le elezioni regionali che si terranno a maggio o di qualsiasi interesse economico (come i fondi stanziati dalla Comunità Europea per migliorare le condizioni di vita dei nomadi di Napoli e che qui, in realtà, non sono mai arrivati). Che l’illegalità va fermata ma non con la violenza o con gli abusi di potere. Che ci sono tempi e modi per tutto e che togliere la corrente elettrica ad 800 persone, tra cui bambini e malati terminali di cancro, nel periodo più freddo dell’anno non è certo la strategia giusta. Penso che questa battaglia la stiamo perdendo tutti. Perché un bambino, sia rom, canadese, australiano o indiano, resta pur sempre un bambino e non merita la negazione della propria dignità. La speranza è che questa battaglia finisca presto e che da questi rovi spinosissimi di Cupa Perillo possa emergere una generazione di splendide rose. campo rom scampia-7966

[Tutte le foto sono di Marco Sales e sono state scattate domenica 28 dicembre 2014]

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Il primo ristorante di Scampia parlerà metà rom e metà napoletano

Dal 17 novembre il quartiere di Scampia avrà il suo primo ristorante e sarà frutto della fusione tra la cucina rom e quella napoletana. Nei locali che si trovano sopra l’Auditorium di Scampia aprirà Kumpania, un ristorante nato contaminando le due culture gastronomiche in questi anni di lavoro e di vita in comune.

Dieci donne di Scampia, tra cui alcune di etnia rom arrivate nel quartiere con lo scioglimento dell’ex Jugoslavia, impegnate tra peperoni ripieni, babà, mussakà, sartù di riso, gulash, lasagne, ghibaniza e pizze ripiene.

Come riporta DonneEuropa, il progetto nato grazie a Barbara Pierro e all’associazione “Chi Rom e chi no”, inizialmente prevedeva l’offerta di percorsi gastronomici interculturali, per favorire l’auto imprenditorialità di donne italiane e straniere con difficoltà di integrazione e di impiego. Progetto che nel tempo riscuote curiosità e interesse. E, grazie alla possibilità di accesso a finanziamenti, pubblici e privati, vede arrivare i primi sostegni concreti per permettere la creazione di un vero e proprio presidio gastronomico nel quartiere.

P.S. Certamente, visti i tempi che corrono, a qualcuno non piacerà l’idea a prescindere ma, trattandosi di gastronomia, in tal caso consiglio di mangiare limone, solo limone. 🙂

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Se i rom diventano una scusa per fare soldi

L’hanno fatto di nuovo. Quello che era il campo rom di via del Riposo è stato dato alle fiamme una seconda volta dopo l’incendio di un mese e mezzo fa, quando una presunta molestia da parte di un abitante del campo (tra l’altro mai identificato come gli autori dei due incendi) aveva portato i cittadini della zona alla rivolta e costretto i rom stessi a raccogliere le loro cose e ad andare via. In quel contesto, la sera del 14 marzo, furono soltanto la metà delle baracche ad essere incendiate.

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Prima e dopo l’incendio le polemiche tra politici si susseguirono sia verbalmente che a mezzo stampa, ma, da allora, il campo è rimasto disabitato e nessuno dei rom ha pensato mai di farvi ritorno.

Ma perché, allora, dare nuovamente alle fiamme il campo?

COPPOLA

Perché, come dichiarato dal presidente della Municipalità lo scorso 16 marzo a “Il Mattino”, in quell’area è previsto un parcheggio comunale gestito da Napolipark. L’ex campo rom di via del Riposo dista infatti 10 metri dal cimitero di Poggioreale, 300 metri dall’aeroporto di Capodichino e, probabilmente, ad altrettanti metri dalla fermata della linea 1 della metropolitana che dovrebbe collegare, tra qualche anno, piazza Garibaldi con l’aeroporto: un terreno estremamente ghiotto dal punto di vista strategico economicamente e politicamente parlando.

Come prevedibile però, dei nomi dei presunti mandanti e di chi abbia incendiato il campo per ben due volte non c’è traccia. Nel frattempo però il campo, ormai disabitato, è oggetto di un accanimento (apparentemente) senza motivo:  non sarebbe il caso di fare luce sulla vicenda al di là della retorica sui rom che emerge -e divide- ad ogni occasione del genere?

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